I miei saggi

[risl – rivista internazionale di studi leopardiani – diretta da Emilio Speciale, 5, 2005]

L’incanto della “camera oscura” di Giacomo leopardi 

 

Ciascuna epoca, quando riceve nuove idee, ottiene pure nuovi occhi. (Heinrich Heine)

L’ interesse di Leopardi per la luce e per le ombre[1] – che si stemperano, quasi senza soluzione di continuità, «in quei luoghi dove la luce si confonde ecc. ecc., colle ombre, come sotto portici in una loggia elevata» (Zib. 1744),[2] dove tutto sembra dissolversi in un gioco fantasmagorico – nasce fin dai primi suoi studi scientifici sugli strumenti che la tecnica metteva a disposizione, per migliorare la visione. La scienza sperimentale, l’ottica, la fisica e l’astronomia, oltre alla prospettiva geometrica, sono gli ingredienti fondamentali di cui il poeta si serve, per dipingere con le parole, «vedute» naturali e leggiadri ritratti. Prendono corpo, pertanto, come stampati su vetrini colorati, accarezzati dalla luce delle lanterne magiche, figure come quelle di Silvia, di Nerina, della donzelletta, «col suo fascio dell’erbe», della vecchierella, «seduta con le vicine» , del «garzoncello scherzoso», dello «zappatore», che fischia rientrando a casa dal lavoro e così via. O, ancora, si stampano nella nostra mente, come su una lastra fotografica, vedute e prospettive di paesaggi campestri, di vicoli e piazzette popolate, di golfi luccicanti sotto il tremolio delle stelle, di notti immobili, dove domina una insensibile luna, visioni magiche che paiono riprodotte sul fondo delle camere oscure, portate in giro durante le fiere popolari, dagli ambulanti, “venditori di immagini”. Come un icononauta[3] che viaggia con i suoi strumenti ottici, responsabili dello stupore, della meraviglia e delle illusioni generate nei cuori pulsanti degli spettatori, così Giacomo viaggia tra le immagini del cosmo, consapevole che queste sono le sole che ci sia dato conoscere, icone di una realtà ben diversa da quella che ci offre il senso della vista.

Ma cosa sa Leopardi di questo mondo nuovo delle immagini generate dai giochi della luce sugli oggetti; cosa sa dei fenomeni della riflessione, della rifrazione, della diffrazione e della diffusione del lumen, delle ombre e penombre, tutti fenomeni ottici responsabili delle icone prodotte nella camera oscura o dalla lanterna magica, che, oltre ad essere strumenti usati dagli scienziati per fare esperienze, sono anche adoperati dai lanternisti, per divertire e meravigliare gli spettatori nelle feste e nelle fiere popolari di tutta Europa?

Si sa che il giovanissimo studioso recanatese, lettore accanito dei libri della biblioteca paterna, scrive, tra il 1811 e il 1815, le Dissertazioni filosofiche[4], la Storia dell’Astronomia e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi[5], opere che oggi sono oggetto di interesse da parte di studiosi di scienza e di filosofia. In questi volumi si trovano le fonti scientifiche della riflessione filosofica leopardiana sulla vita e sull’esistenza. In esse si è diffusamente dimostrata la presenza, se non altro, di un buon sapere scientifico e filosofico, che, credo, possa essere considerato qualcosa di più che sola erudizione.

L’occhio e la visione occupano un posto importante nei trattati giovanili del nostro autore: nella dissertazione Sopra la luce, per esempio, Giacomo descrive minuziosamente la struttura dell’organo della vista e il «modo, in cui esso percepisce e vede gli oggetti»:

 

I raggi scagliati dai vari punti dell’oggetto entrano per la tonaca detta cornea nell’umore lenticolare, e convesso chiamato acqueo, il quale riempie le due prime camere, o cavità dell’occhio. Quivi rifratti, e resi gli uni più vicini agli altri secondo le leggi della Diottrica passano, e sono successivamente, e maggiormente rifratti dall’umor cristallino, e dall’umor vitreo, dopo di che giungono alla membrana detta retina, e dipingendovi l’oggetto ammuovono il nervo ottico, da cui viene la sensazione della vista portata al cerebro.[6]

 

I termini «camera», «umore lenticolare e convesso» e «dipingendovi» non sono usati a caso: i raggi della luce, che colpiscono l’oggetto osservato, passano in una camera o cavità e, deviati dal cristallino, vanno a stamparsi colorati sulla retina. La descrizione del meccanismo della visione – «quivi rifratti, e resi gli uni più vicini agli altri secondo le leggi della Diottrica» – richiama un’annotazione dello Zibaldone, dove si legge che «l’individuo civilizzato copia in se stesso lo stato a cui la società è ridotta dall’incivilimento come una camera oscura ricopia in piccolissimo una vasta prospettiva» (Zib. 1607). Al di là della metafora di per sé chiarissima, qui interessa porre attenzione al funzionamento della macchina ottica, che è palesemente simile a quello dell’organo visivo. Come nell’occhio, così nello strumento, le immagini realiisi rimpiccioliscono: la loro piccolezza dipende dalla lontananza del corpo osservato, come si vedrà in seguito. La somiglianza con la realtà, inoltre, dipende dalla stessa camera oscura, così come nell’occhio la messa a fuoco delle immagini dipende dal perfetto funzionamento dell’organo visivo. Infatti, ancora nello Zibaldone, si legge che «le prospettive ripetute e vedute nella camera oscura […] tanto possono essere distinte e corrispondere veramente agli oggetti e prospettive reali, quanto la camera oscura è adattata a renderle con esattezza; sicché tutto l’effetto dipende dalla camera oscura piuttosto che dall’oggetto reale.» (Zib. 963). In realtà, come vedremo in seguito, le immagini riprodotte nelle prime macchine ottiche risultavano sfocate, se non si regolava il diametro del foro e la distanza dell’oggetto. Solo l’uso di lenti e di specchi le resero diritte e chiare.

Da un’attenta lettura delle opere scritte tra il 1811 e il ’15 si può disegnare l’itinerario culturale e scientifico che condurrà Leopardi a sostenere che la perfezione dell’immagine stampata negli occhi o nella camera oscura è una pura illusione: la realtà è diversa da ciò che si vede. Questa certezza deriva a Giacomo dalla consapevolezza della differenza tra oggetto e visione e dalla conoscenza delle leggi visive stabilite dalla geometria prospettica. Nel capitolo secondo della Storia dell’Astronomia viene ricordata l’importanza di Euclide: «Si deve ad Euclide l’avere geometricamente spiegati i fenomeni delle inclinazioni».[7] Leopardi non ne ricorda l’Ottica – forse perché, pur rappresentando il primo trattato del genere, è ancora legato alla teoria aristotelica – ma cita il suo testo più conosciuto : «Egli fu quello, che riunì le verità geometriche elementari, e ne formò quella sì famosa opera degli Elementi di Geometria, della quale sono state fatte cotante traduzioni ed edizioni in tutte le lingue».[8] Le leggi geometriche della visione sono state riunite da Euclide nella Prospettiva e si riassumono in breve: i raggi, emessi dalla pupilla, formano una piramide che ha per base il contorno dell’oggetto osservato; la piccolezza e la grandezza dell’immagine che si forma sull’occhio dipende dall’ampiezza dell’angolo che comprende gli oggetti (assioma V, VI e VII), per cui «vi sono punti comuni in cui grandezze eguali appaiono diseguali» (teorema XLVIII e XLIV).[9] L’uso del termine «geometricamente» – ritornando all’annotazione leopardiana – può stare a significare che Giacomo riconosce l’importanza della geometria euclidea e non della teoria ottica: la dottrina emissiva dei raggi visivi, comunque, dominerà sulla cultura dei matematici europei fino a tutto il Rinascimento.[10]

Nella Storia dell’Astronomia leopardiana si parla di un altro ottico, le cui idee arrivarono tardi in Europa, a causa della preminenza dell’aristotelismo. Questo autore apparteneva ad una corrente di origine araba, fiorita, nell’undicesimo secolo dopo Cristo, a Bagdad: Giacomo, come tutti in Occidente, lo chiama Alhazen, ma il suo vero nome era Ibn Al-Haithan. A lui si deve la scoperta più vicina a quella conosciuta da Leopardi e che perdura, in parte, fino ad oggi. Il giovane studioso recanatese così scrive di lui:

 

Nel secolo decimoprimo Alhazen, famoso Ottico, fe’ le tavole dette Toledane, perché egli era di Toledo, […] Fe’ un trattato di ottica e spiegò gli effetti della rifrazione, fenomeno stabilito dalla natura come per farci passare dalla luce alle tenebre, e dalle tenebre alla luce, senza quasi che noi ce ne avvediamo. I raggi di luce si piegano all’entrare nella nostra atmosfera, e ci fanno comparire gli astri prima che nascono e dopo che son tramontati. Se noi non avessimo atmosfera, se non avesse luogo la rifrazione, l’apparire e scomparir del sole si farebbono in un tratto e la luce e le tenebre si succederebbono in un istante. […] Un dotto Polacco, per nome Vitellio, travagliò a migliorare l’ottica di Alhazen e a renderla più intelligibile e più chiara. La sua opera comparve nell’anno 1270. [11]

 

Nell’ultima parte di questo brano compare il nome di Vitellio, a cui si deve – anche se il nome di Alhazen non vi compare mai – la diffusione della teoria araba, formulata e matematizzata più ordinatamente.

La divulgazione delle opere di Alhazen e di Euclide, assieme a quelle di Archimede, tradotte in latino nel secolo quindicesimo, contribuirono allo sviluppo degli studi sulla Prospettiva da parte di matematici, geometri e artisti, come Alberti, Viator, Dürer, Barbaro, Vignola, Commandino e la sua scuola di Urbino, Maurolico da Messina, Guidobaldo del Monte, che teorizzarono le esperienze tecniche dei pittori e degli architetti del Cinquecento.[12] Questa disciplina si diffonde come scienza delle forme e delle illusioni, delle leggi geometriche e della magia, dell’astronomia e dell’astrologia. «La prospettiva – scrive Baltrušaitis – si svilupperà sempre all’interno di questa opposizione: è una scienza che fissa le dimensioni esatte delle forme e la loro collocazione nello spazio ed è insieme un’arte dell’illusione, che le ricrea.»[13] E così sarà: da un lato l’uso di nuove tecniche e di strumenti ottici supporterà l’indagine scientifica nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo, avviando quel processo di ottimistico progresso, di cui si farà vanto l’età dei lumi. Dall’altro lato contribuirà a costruire illusorie immagini, copie dell’illusorio mondo della realtà. Piero della Francesca, Leonardo da Vinci, Vignola, Barbaro applicarono le regole matematiche della prospettiva. Milano, Bologna, Roma, Napoli e Firenze rappresentarono in Italia i centri di esperienze artistiche e scientifiche, studi che si sarebbero protratti fino al Settecento, quando a Venezia emerse il talento di Canaletto, che usò la camera oscura per la rappresentazione pittorica della laguna veneta. Leopardi scrive nel 1820, parole di ampio significato per il nostro tema. Se è vero – annota – ed è indubbiamente vero, che «l’affettazione continua è una uniformità da se sola, cioè in quanto è una qualità continua dell’opera d’arte», allora:

 

la naturalezza appena si può chiamar qualità o maniera, non essendo qualità o maniera estranea alle cose, ma la maniera di trattar le cose naturalmente, e com’elle sono, vale a dire in mille diversissime maniere, laonde le cose sono varie nella poesia, nello scrivere, in qualunque imitazion vera, come nella realtà. Applicate queste osservazioni anche alle arti, p.e. ai paesaggi fiamminghi paragonati a quelli del Canaletto veneziano (v. la Dionigi Pittura de’ paesi), alle stampe di Alberto Duro, dove lo stento e l’accuratezza manifesta del taglio dà un colore uguale e monotono alla più gran varietà di oggetti imitati nel resto eccellentemente e variatissimamente. (Zib. 190 )

 

L’idea che Leopardi non si sia interessato di pittura svanisce quando si legge questa pagina degna di un attento esperto! La fonte citata tra parentesi – «v. la Dionigi Pittura de’ paesi» – richiama un testo[14] della pittrice e archeologa romana, Marianna Candidi Dionigi, una nobildonna colta, nel cui celebre salotto, al numero 310 di via del Corso, a Roma, si riunivano intellettuali italiani e stranieri, tra cui lo stesso Leopardi. Il breve trattato di pittura, unico nel suo genere in quegli anni, a cui Giacomo fa riferimento, è diviso in tre parti e si rivolge ad eventuali artisti principianti, fornendo loro precetti sulla prospettiva geometrica, sul disegno e sull’uso dei colori, sugli effetti reali e illusori della luce e delle ombre, sulla rappresentazione delle vedute soprattutto campestri. Quasi alla fine della terza parte, nel paragrafo intitolato: «Studiare gli autori», si legge la pagina a cui fa riferimento il nostro poeta:

 

Il pittore poi che avendo limitato il suo studio ad una precisa e nuda imitazione del vero abbia più di ogni altro colorito con illusione gli edificj è il Canaletto veneziano , che ha colto nel segno pel colore locale a tal punto che fissandosi in alcuno de’ suoi quadri si crede osservare in una camera ottica. Egli non ha composto, ma per così dire ha portate le più belle vedute di Venezia e della Brenta sui quadri, con artificio sorprendente. Talvolta si scorge che opere preziose e diligenti di autori olandesi e fiamminghi vorrebbero a questo avvicinarsi, ma vi si scopre il finissimo, e penoso lavoro che costano; e al contrario nelle opere del suddetto autore si scorge una fresca ed intelligente libertà di pennello.[15]

 

Marianna Dionigi definisce, quindi, la pittura di Canaletto così reale e libera «di pennello» che «si crede osservare in una camera oscura», contrariamente a quella degli olandesi e dei fiamminghi, che si pensava non usassero strumenti ottici nel ritrarre i paesaggi. Si sa, infatti, che questi ultimi erano dotati di tali capacità analitiche, da offrire opere che svelano – tanto per usare le parole della stessa studiosa romana – un «lavoro penoso», anche se «finissimo». Su questa considerazione si innesta la annotazione leopardiana. Nell’imitare la realtà è necessario usare la naturalezza, che non è una «qualità o maniera» degli oggetti, ma dipende dal modo di «trattare le cose», così come appaiono agli occhi di un poeta o di un riproduttore di paesaggi, occhi che hanno, però, «mille diversissime maniere» di vedere, per imitare il vero. Quando l’artista, per mezzo della camera oscura o dell’occhio ‘guarda’ il mondo reale, già di per sé vario, ne riceve un numero infinito di impressioni o sensazioni, che derivano o da un solo senso o da più sensi. Si forma così una griglia di “modi di vedere”, che entrano in relazione tra di loro o, meglio, che la mente mette in relazione. Questa «maniera di trattar le cose naturalmente, e com’elle sono, vale a dire in mille diversissime maniere» è proprio del «sistema della natura umana», ovvero della sua intelligenza ed è il moltiplicatore, a carico del soggetto e non dell’oggetto. Questa capacità moltiplicatrice di idee costruisce una maglia rappresentativa immensa del reale, tale che l’intelligenza umana non può accogliere nella sua complessa totalità, ma ‘pesca’ ciò che ‘naturalmente’ riesce a percepire, laddove per percezione si intenda ciò che intendeva Locke, ovvero un’attività cosciente della mente, Quando lo sforzo di percepire oggetti è innaturale o «affettato», allora la varietà perde ‘naturalezza’, si carica, per così dire, di immagini, svanendo nel «colore uniforme e monotono». Se è vero che «l’arte non può mai uguagliare la ricchezza della natura» (Zib. 189), è anche vero che essa può rappresentarne in minima parte la varietà attraverso le rappresentazioni sensibili, quasi ritagliando nella cavità dell’occhio, come della camera oscura o del cervello, una varietà di modi di vedere, che attengono comunque al solo soggetto. E’ chiaro che Leopardi si riferisce all’idea lockiana, di origine galileiana e cartesiana, secondo la quale le informazioni che sono veicolate dai nervi verso il cervello sono imprintings, ovvero pressioni atomiche, sugli organi di senso, che si traducono in rappresentazioni soggettive della realtà. Il problema che nasce dal rapporto tra oggetto e senso, tra verità oggettiva e verità soggettiva, come si vedrà in seguito, non ha soluzioni per Leopardi. La “cosa in sé” di kantiana memoria, la conoscenza della realtà fuori di noi è e sarà sempre un mistero e svelarla è un’illusione: siamo noi ad arricchire gli oggetti di qualità (odori, colori, sapori, ecc.) che non hanno. Quelle vere, le geometriche sono anch’esse soggette alle deformazioni delle leggi della prospettiva. La camera oscura, così come la conosce Leopardi, allo stesso modo dell’occhio, riproduce e copia le ‘cose’ coi sensi dell’osservatore: il che significa che essa varia le forme, le rimpicciolisce, le sfuma, le colora a seconda degli angoli di riflessione dei raggi della luce. Lo strumento ottico ci illude, così come ci illudono i nostri occhi, offrendoci una visione del mondo, che è solo apparenza. Il pittore di paesaggi deve riprodurre col pennello le prospettive “vere”, senza eccedere in affettazione, come fa Canaletto e non come fanno i fiamminghi, gli olandesi e il Dürer, i quali con «stento e accuratezza manifesta» danno vita ad una pittura lenticolare e innaturale, che dà uniformità e monotonia ai colori. Le prospettive riprodotte negli occhi di un artista devono «cadere» naturalmente:

 

Così accade che la negligenza apparente, e l’abbandono, lasciando cader tutte le cose nella scrittura, come cadono naturalmente (o in pittura ec.) sia certa origine di varietà, e quindi non istanchi. (Zib. 190)

 

Colui che per primo usò la camera oscura per studiare il funzionamento dell’occhio fu Leonardo da Vinci. Il giovanissimo Giacomo lamenta, nella Storia dell’Astronomia, il fatto che «i suoi manoscritti si stiano nascosti nelle tenebre della Biblioteca Ambrosiana»[16] e, quindi, non conosce il foglio del codice Atlantico, su cui il vinciano aveva appuntato le sue osservazioni. Merita, però, soffermarvisi. Gli studi di anatomia sugli occhi e sulla loro conformazione sollecitano Leonardo a considerare la vista l’organo attraverso il quale è possibile scoprire i segreti della natura, non oltre il visibile, ma in ciò che è sotto il nostro sguardo. Nel Codice Atlantico (foglio D, recto A), a cui si è fatto poc’anzi riferimento, Leonardo descrive una camera oscura e accompagna lo scritto con il disegno di raggi che penetrano nel piccolo foro e disegnano sulla parete opposta una immagine rovesciata di un oggetto. Importante è la distanza dell’oggetto e il diametro del «piccolo spiracolo rotondo» per ottenere una chiara rappresentazione della realtà:

 

La esperienza, che mostra gli obbietti mandino le loro spezie ovver similitudini intersegate all’occhio nell’umore albugino, si dimostra quanto per alcuno piccolo spiracolo penetreranno le spezie degli obbietti illuminati in abitazione forte oscura. Allora tu riceverai tali spezie in una carta bianca, posta dentro a tale abitazione alquanto vicina a esso spiracolo, e vedrai tutti li predetti obbietti in essa carta con le loro proprie figure e colori, ma saranno minori e siano sottosopra… E così fa dentro la pupilla.[17]

 

La camera oscura è la metafora dell’occhio negli anni in cui davanti allo sguardo attonito dell’uomo si aprivano le vedute del mondo nuovo: nuovo per la scoperta, al di là delle Colonne d’Ercole, di terre sconosciute ad opera di arditi navigatori, come Cristoforo Colombo; nuovo per la frattura dei confini dell’universo, alla ricerca di limiti ben più lontani – per alcuni infiniti – in conseguenza della ipotesi eliocentrica copernicana. Dalla scoperta dell’America e dal momento in cui si diffonde il genio vinciano, fino agli «infiniti mondi» bruniani, le frontiere geografiche, culturali e cosmiche si dilatarono, grazie, anche, agli strumenti ottici e all’uso delle lenti, che aiuteranno a ingrandire e a rimpicciolire le immagini visive. La stessa scienza si allontana dal vecchio aristotelismo e dalla magia nera, per dar vita ad un sapere, basato sull’osservazione dei fenomeni naturali, avviandosi verso quella “filosofia sperimentale”, che avrà in Galilei e in Newton i suoi fondatori. Proprio a proposito dello scienziato inglese, nelle pagine della Storia dell’Astronomia si legge:

 

Newton decompose la luce, e ricevendone per il prisma un raggio in una camera oscura, si assicurò che ogni raggio di luce, per piccolo che sia, è composto di moltissimi raggi variamente coloriti [18]

 

Ecco come lo stesso fisico inglese racconta il suo esperimento:

 

[…] all’inizio dell’anno 1666, tempo nel quale mi dedicavo a levigare le lenti di figura diversa dalla sfera, mi procurai un prisma triangolare di vetro per tentare con esso il celebre fenomeno dei colori. A questo scopo, oscurata la mia camera e fatto un piccolo foro nelle imposte della finestra in modo da fare entrare una conveniente quantità di luce solare, collocai il mio prisma nel punto di ingresso della luce, in modo da potere essere così ritratta sulla parte opposta.[19]

 

Lo strumento ottico usato da Newton era stato già pensato, progettato e costruito da tempo. Cardano,[20] medico e matematico, per primo, vi applicò una lente; negli anni successivi la macchina fu perfezionata attraverso l’applicazione di lenti più sofisticate e di specchi concavi e convessi.

La più originale descrizione dell’uso sperimentale della camera oscura e delle sue “meraviglie” si trova nelle pagine della Magia naturalis di Giovan Battista Della Porta, che Leopardi cita tra coloro che «impugnarono l’astrologia», assieme a Boyle e a un lungo elenco di studiosi. C’è un passo nella Storia dell’Astronomia, che è, per noi, particolarmente interessante:

 

Egli è però certo che il famoso Giambattista Porta, il quale fiorì verso la metà del secolo XVI, fa menzione, nella sua Magia naturale, [nota: libro XVII, cap. 11] di uno specillo, mercè di cui potean gli oggetti vedersi chiaramente, benché lontanissimi. Ed infatti fu ancor egli considerato come il vero inventore del telescopio.[21]

 

La notizia dell’attribuzione dell’invenzione del telescopio a Giovan Battista Della Porta, non è vera, anche se lo studioso napoletano vi andò molto vicino, come si dimostrerà in seguito. Tuttavia la nota, stilata da Leopardi, che fa riferimento al libro XVII della Magia naturalis, dove si parla di camere oscure, rappresenta una possibile traccia importante. Nel proemio alla Magia naturalis lo studioso partenopeo avverte il lettore che, dovendo trattare di matematica, si rende necessario descrivere «catoptrica esperimenta», eseguiti con l’impiego di lenti e specchi. Sebbene nel Cinquecento gli esperimenti ottici fossero considerati di scarso valore scientifico, tuttavia l’autore dichiara di farne uso, ammettendo di avere come fine quello di suscitare forte stupore nei lettori col presentare cose mirabili, all’apparenza magiche, ma sicuramente spiegabili. Gli argomenti trattati nel libro XVII della Magia naturalis sono molteplici: Della Porta parla degli specchi piani, di quelli concavi e convessi, dei vari tipi di immagini e delle operazioni combinate con uno specchio concavo e uno piano o convesso. Il capitolo che ci interessa più da vicino è il sesto, che ha per titolo: “Aliae speculi concavi operationes”, nel quale il compilatore partenopeo parla di molteplici esperimenti, fatti in camera oscura, di riproduzione della realtà esterna, «così chiaramente e luminosamente e minutamente, come se l’havessi davanti agli occhi». A tal proposito l’autore della Magia naturalis descrive una camera oscura, che ottiene chiudendo tutte le finestre di una stanza e praticando in una di esse un foro del diametro di un dito mignolo, in modo che vi passi la luce esterna. Applica una lente al foro e, poiché le immagini che si proiettano sulla parete opposta al foro appaiono capovolte, le raccoglie su di uno specchio concavo e una combinazione di uno specchio concavo e uno convesso e le proietta su di uno schermo posto sopra il foro. L’effetto è straordinario! Verifica, anche, che quando gli oggetti sono lontani, l’immagine che si forma nella camera oscura è piccolissima; questa sistemazione di specchi e lenti ha fatto sorgere una lecita domanda in studiosi come Vasco Ronchi sul perché il napoletano non abbia pensato che bastava una lente che ingrandisse le immagini proiettate, per ottenere un cannocchiale![22] La camera oscura, ancora una volta, per Della Porta, come per Leopardi, simula metaforicamente la visione e ci mostra «in che luogo si faccia la vista nostra»:

 

Perché l’immagine entra per la pupilla come entra nella camera per lo buco della finestra e quella porzione di sfera cristallina che sta nell’occhio è in vece della camera.[23]

 

Questo grande studioso napoletano viene continuamente menzionato ed elogiato da Giovanni Keplero – un altro dei protagonisti della Storia leopardiana, considerato da Leopardi il «padre dell’Astronomia» – in uno degli scritti più importanti di ottica dei primissimi anni del Seicento, l’Ad Vitellionem Prolegomena. Lo scienziato di Weil cita gli esperimenti di Della Porta e si avvale delle teorie di Alhazen, pur non menzionandolo mai. Scrive Leopardi:

 

Keplero si applicò a perfezionarla [l’ottica]. La rifrazione è, tra i fenomeni spettanti all’ottica, uno de’ più importanti per gli astronomi. Keplero occupossi appunto a meditare sopra di questa. Cercò di generalizzare la causa delle rifrazioni, e trovò che la rifrazione non è la stessa su tutta la superficie della terra, ma è maggiore nelle regioni nelle quali l’aria è più densa. L’applicazione dell’ottica all’astronomia è l’epoca de’ suoi avanzamenti, è un beneficio fatto da Keplero alla scienza degli astri, che lo renderà immortale.[24]

 

I risultati ottenuti da Keplero sulla natura e sulla rappresentazione della luce, sui fondamenti della riflessione, sulla misura della rifrazione e sul meccanismo della visione definiscono il passaggio verso l’ottica geometrica moderna: da ogni punto luminoso dello spazio, anche lontanissimo, si diparte un effluxus di luce, il cui effetto consiste in un numero infinito di rette, che vengono scagliate a grande velocità verso l’infinito e che si chiamano raggi. Grazie alle esperienze fatte in camera oscura dal Della Porta, [25] lo scienziato tedesco studiò le proprietà proiettive della luce e le ombre, spiegando, così, quel fenomeno complesso secondo il quale i raggi luminosi, che passano attraverso fitti cespugli di foglie o entrano in un piccolo foro di una camera oscura, si proiettano, allargandosi, su una superficie piana e producono immagini rotonde o ellittiche. Keplero, come si può facilmente capire, resta un riferimento fondamentale anche per il progresso della teoria della visione e per gli studi sul funzionamento delle lenti concave e convesse.

Ormai la strada, che conduce alla modernità, è tracciata. Alternandosi tra due teorie, quella ondulatoria di Huygens e quella corpuscolare di Newton, l’ottica si avvierà in un continuo progresso fino ai giorni nostri. Nella dissertazione sulla luce, a cui si è già fatto riferimento in precedenza, Leopardi si pone in posizione critica nei confronti dell’ipotesi cartesiana, alla quale contrappone l’Optiks di Newton, che – dice il giovane studioso – «prendendo a dilucidare gli antichi principj di Democrito, e di Epicuro propose l’unico vero sistema circa la luce, affermando essere ella una reale continua emanazione de’ corpi luminosi». Non è questa la posizione dello scienziato inglese, che, invece, ammise che le sue scoperte si ergevano sulle spalle di giganti come Galilei, Cartesio e Keplero (che, poi, a loro volta si erano rifatti ai Pitagorici circa duemila anni prima). Leopardi è, però, troppo preso dal suo entusiasmo giovanile per questo “gigante”, a cui dedicherà molte pagine (è la biografia più lunga) della Storia dell’Astronomia e molte riflessioni dello Zibaldone! La teoria newtoniana sulla natura e le proprietà della luce è così sintetizzabile : la luce è costituita da un fascio di particelle, che vengono scagliate ad altissima velocità da una fonte luminosa sugli oggetti, che improvvisamente si illuminano. La riflessione e la rifrazione seguono le leggi della meccanica e i colori della luce dipendono dalla velocità dei corpuscoli che colpiscono l’occhio. Si legga la descrizione di questi fenomeni in alcune pagine della dissertazione leopardiana:

 

I raggi della luce si propagano in linea retta per ogni verso illuminando uno spazio sferico, nel cui centro è posto ciascun punto del corpo luminoso. Da ciò si rileva, che i raggi emanati dai varj punti del corpo luminoso debbono necessariamente intersecarsi fra loro, e decrescere in densità a misura che si allontanano dal proprio centro. Credevasi una volta, che la propagazione della luce fosse instantanea, ma si conobbe la falsità di questo principio.[26]

 

E ancora:

 

La luce allorché passa per i corpi diafani soffre un certo deviamento, il quale chiamasi rifrazione. Egli è tanto maggiore quanto maggiore è la densità del mezzo, per cui la luce è costretta a passare. […] I vetri convessi sono quelli, i quali riuniscono i raggi, che cadono sopra di essi in un punto tanto meno distante dal proprio foco quanto maggiore è la loro convessità Così quanto ella è maggiore tanto maggiori appariscono gli oggetti guardati attraverso del vetro, perché in tal modo questo riunisce i raggi emanati da ciascun punto dell’oggetto più presto, e per conseguenza in un angolo maggiore. Egli è dimostrato dalla legge dell’Ottica, che quanto maggiore è l’angolo sotto cui ci si presentano gli oggetti tanto maggiore ci apparisce la loro grandezza. Per ciò i vetri concavi ci mostrano più piccioli gli oggetti guardati a traverso di essi giacché aumentando la divergenza de’ raggi, che partono da questi oggetti ne ritardano la congiunzione, e ce li rappresentano conseguentemente sotto un angolo minore. [27]

 

Per spiegare la propagazione della luce, Leopardi scrive ancora:

 

La propagazione della luce non é dunque instantanea. Da questa medesima osservazione vien determinata la velocità della luce […] Dalla forza indicibile onde abbiam veduto esser lanciata la luce da’ corpi luminosi sembra derivare, al dir del Sig. Saverio Poli, la proprietà cui ella costantemente serba di propagarsi per sentieri rettilinei conciossiachè la veemenza di quell’impulso fa sì, che le sue particelle si dispongano in serie l’una dopo l’altra, e quindi costituiscano de’ raggi emuli di altrettante linee rette; non potendo la loro gravità distorli da quel retto sentiere per esser ella infinitamente picciola in corrispondenza della loro prodigiosa sottigliezza. In prova di ciò sì può far entrare un raggio di sole entro una camera buja per un foro praticato in una finestra. Vedrassi ella seguire immancabilmente il mentovato retto sentiere, talché facendosi un altro foro nella parte opposta del muro, fino a cui si sporge il detto raggio propagherassi egli al di fuori, e scomparirà dell’intutto quella sua porzione, che attraversa la stanza senza diffondere in quella la menoma quantità di luce.[28]

 

Il problema della luce e delle ombre affascina il mondo della scienza, laica e gesuita, ma seduce anche la fantasia e l’immaginazione popolare e gli artigiani che lavorano il vetro e costruiscono lenti sempre più perfette. Increduli e fanciulli si lasciano suggestionare dal fascino e dalla meraviglia di immagini magiche, che appaiono all’improvviso sui campanili delle chiese, nelle scatole buie e che rievocano scene di diavoli, demoni o ombre deformate che incutono terrore. Sono le forme disegnate sui muri delle stanze dal terrore notturno, quando da bambini si vede passare la luce attraverso le fessure delle persiane:

 

Sento dal mio letto suonare (battere) l’orologio della torre. Rimembranze di quelle notti estive nelle quali essendo fanciullo e lasciato in letto in camera oscura, chiuse le sole persiane, tra la paura e il coraggio sentiva battere un tale orologio. Oppure situazione trasportata alla profondità della notte, o al mattino: ancora silenzioso, e all’età consistente. (Zib. 36)

 

In questo caso l’esperienza diretta della camera oscura produce in Giacomo, attraverso i sensi della vista e dell’udito, un doppio sentimento, di paura per i fantasmi «notturni», generati dalla penombra di una stanza semioscurata e di coraggio che nasce dalla certezza che vi è una spiegazione a tali fenomeni ottici.

Luci ed ombre sono i segreti della natura sui quali si concentra l’interesse di molti studiosi del Seicento, che cercano di indagarne sempre più a fondo le cause. Tra questi Leopardi ricorda un autore, di cui traccia un breve profilo nella Storia dell’Astronomia:

 

Il medesimo P. Grimaldi provò che la luce è capace di frazione, cioè che un raggio luminoso non può pasar vicino ad un corpo solido senza accostarsi ad esso sensibilmente, con che fu spiegata la cagione di quel fenomeno, che in particolare nel 1715 fu osservato dagli astronomi nel tempo di una ecclissi del sole, cioè che il lembo della luna sembrava circondato da un anello chiaro; che distinguevasi dal rimanente dell’aria.[29]

 

Il padre gesuita Francesco Maria Grimaldi, che studiò il fenomeno della diffrazione della luce, aveva scritto nel 1665 un importante saggio, il De lumine, nel quale descriveva le esperienze da lui realizzate, proiettando immagini in una camera oscura. La sua opera fu composta quasi contemporaneamente ad un’altra, più famosa, scritta da Athanasius Kircher[30] – ricordato da Leopardi nella dissertazione Sopra l’origine e i progressi dell’Astromomia – dal titolo: Ars magna Lucis et Umbrae.[31] L’occhio per Kircher rappresenta il senso attraverso il quale si ottiene un doppio modo di conoscere la verità, quello puramente percettivo e quello interno, «itinerarium mentis», una «seconda vista», che mette in relazione il mondo reale e quello celeste. Anche Leopardi parla di una «doppia vista» – che, in un certo senso, ricorda quella di Kircher, epurata dell’ultraterreno – messa in moto dall’immaginazione e dalla percezione visiva:

 

All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione. (Zib. 4418)

 

Sappiamo che gli oggetti impressionano la struttura percettiva degli organi di senso dell’«uomo sensibile» – in questo caso la vista e l’udito, – e producono delle sensazioni a livello cerebrale. Queste, una volta veicolate nell’immaginazione, vengono trasformate dalla mente in rappresentazioni, che sono “altro” rispetto al reale. La memoria, quindi, non trattiene l’icona dell’oggetto così com’è, ma come appare, con tutte le qualità (vere o illusorie) e le trasformazioni dovute alle leggi della prospettiva. John Locke sembra avere insegnato a Leopardi che «le idee semplici, che sono i materiali della nostra conoscenza, non vengono suggerite e fornite alla nostra mente altrimenti, che per le due vie […] della sensazione e della riflessione. Una volta che l’intelligenza ha ricevuto queste idee semplici, essa ha il potere di ripeterle, di confrontarle, di unirle assieme, con una varietà quasi infinita, e di formare così, a suo piacere, nuove idee complesse».[32] Ecco spiegato perché gli oggetti sono «doppi»: la prima immagine di una torre o di una campagna (come il suono della campana) proviene dal bombardamento dei corpuscoli luminosi, che si riflettono sui corpi opachi e vanno a colpire l’occhio (o l’orecchio) meccanicamente, senza che il soggetto possa intervenire in alcun modo per cambiarla o eliminarla. La mente passivamente subisce la sensazione, ma, una volta impressionata, ha il «potere» – come dice Locke –  di fare collegamenti, di mettere a confronto, di costruire relazioni, dando origine ad un’altra «visione», che non ha più nulla a che vedere con l’oggetto in sé. Questa seconda copia porta con sé le qualità – che Locke chiama primarie – del corpo, che sono quelle geometriche (qualità che appartengono realmente all’oggetto e che esistono anche nella prima immagine prodotta meccanicamente). Essa si trasforma e si deforma, però, per darci l’illusione delle tre dimensioni e, soprattutto, si abbellisce di  colori (o tintinna di suoni), che non sono qualità dell’oggetto (Locke le chiama secondarie), ma sono prodotte nel soggetto dalle qualità primarie (colori odori sapori, ecc.), A questa «seconda vista» – dice Leopardi – appartiene il bello e il piacevole, per cui «trista quella vita», «che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione». Il fenomeno qui descritto avviene, anche, quando si guarda in una camera oscura, sul cui schermo, come sulla retina, su fornano le icone del mondo; l’intelligenza del soggetto che osserva subisce la formazione della prima impressione e usa il suo «potere» di costruire rapporti; il vero si trasforma e nasce l’illusione.

La cultura scientifica del Settecento, guidata dall’esigenza di razionalità e di chiarezza, raccoglie le idee della “Rivoluzione scientifica”, l’eredità newtoniana e lo sviluppo delle nuove macchine, avviandosi verso una idea di progresso, che rappresenta uno dei temi più discussi e dolorosi della riflessione leopardiana. L’ottica di Newton si diffonde, come ricorda Leopardi, attraverso le opere di Bernard Le Bovier de Fontenelle e Francesco Algarottti. Quest’ultimo -autore dei Dialoghi sull’ottica newtoniana, considerati un testo altamente meritorio per la conoscenza e la diffusione in Italia delle teorie dello scienziato inglese – in una lettera conservata nella Raccolta di lettere sopra la Pittura e l’Architettura (Livorno 1756, pag. 155) fa un’interessante descrizione della camera oscura: «Per via di una lente e di uno specchio si fabbrica uno ordigno, il quale porta l’immagine o il quadro di che che sia, e di un’assai competente grandezza, sopra un bel foglio di carta, dove altri può vederlo a tutto suo agio e contemplarlo: e codesto occhio artificiale Camera Oscura si appella.»[33]

Nella “filosofia sperimentale”, come si è già detto, «l’ordigno» diventa uno strumento fondamentale per gli esperimenti scientifici, assieme al cannocchiale, al microscopio e, infine, alla lanterna magica. Le macchine ottiche, se da un lato potenziano i sensi dell’uomo, dall’altro rinforzano la consapevolezza che la realtà non è mai ciò che illusoriamente sembra. Scrive Leopardi nel 1820:

 

Pare un assurdo, e pure è esattamente vero che tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni.(Zib. 99):

 

 

Le illusioni resteranno anche quando la camera oscura non accoglierà più in sé le immagini, prodotte dalla luce esterna: imprigionati al suo interno e proiettati su vetrini mirabilmente dipinti, i raggi luminosi proietteranno le icone all’esterno su bianchi teli. Nascerà così la lanterna magica, ben conosciuta da Giacomo, visto che ne possedeva una, conservata in casa Leopardi , come testimonia la foto dei vetrini, stampata nel volume[34] redatto in occasione di una mostra sugli oggetti che «narrano la storia della famiglia e del poeta». Non è difficile immaginare il magico incantamento prodotto nell’animo del giovanetto dalla macchina ottica! Molti anni più tardi userà la metafora della lanterna magica nei Paralipomeni della Batracomiomachia:

 

Ma come solamente all’aure oscure

Del suo foco la lucciola si tinge,

E spariscono al Sol quelle figure

Che la lanterna magica dipinge,

Così le menti assottigliate e pure

Di quel vel che vivendo le costringe

Sparir naturalmente al troppo lume,

Nè parer che nell’ombra han per costume.

 

Camera oscura e lanterna magica sono i progenitori rispettivamente della macchina fotografica e del proiettore del cinematografo. Non ci sono elementi, mi pare, per affermare che Leopardi fosse venuto a conoscenza della prima esperienza di immagine fotografica del 1826, ripresa da Joseph Nicéphore Niepce con l’ausilio di una «camera obscura» o che avesse intuito le possibilità che si sarebbero aperte per questo strumento ottico. Non vi è dubbio, peraltro, che gli automi, dal cannocchiale al microscopio, dal treno al parafulmine, abbiano entusiasmato il giovane Giacomo per il crescente progresso delle scienze e delle tecniche. Ma non si può negare affatto l’orrore che il poeta provò di fronte alla fede del suo secolo nelle «magnifiche sorti e progressive» dell’umanità, un’illusione colpevole di aver voltato le spalle al «risorto pensier» dell’età dei lumi. L’idea di progresso in Leopardi è un tema troppo vasto, perché possa essere affrontato in questa sede. Ci basti qui concludere con le parole di Leopardi scritte da Bologna nel 1826, uno degli ultimi pensieri su questo argomento:

 

Il progresso dello spirito umano consiste, o certo ha consistito finora, non nell’imparare ma nel disimparare principalmente, nel conoscere sempre più di non conoscere, nell’avvedersi di saper sempre meno, nel diminuire il numero delle cognizioni, ristringere l’ampiezza della scienza umana. Questo è veramente lo spirito e la sostanza principale dei nostri progressi dal 1700 in qua, benchè non tutti, anzi non molti, se ne avveggano. (Zib. 4189)

 

Quale epoca cosiddetta civile e in pieno progresso potrebbe dargli torto?

 

[1] Devo a Giorgio Stabile e al giovane Giuseppe Graziosi alcuni utili suggerimenti, bibliografici e non.

[2] Il testo di riferimento per i brani qui riportati delle opere leopardiane è: Giacomo Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, edizione integrale diretta da Lucio Felici, a cura di Lucio Felici e Emanuele Trevi, Roma, Newton & Compton, 1997, II ed. riveduta e corretta in 2001. Secondo la consuetudine, per quanto riguarda lo Zibaldone, si cita la pagina dell’autore.

[3] Il termine è preso in prestito dal ricco saggio di Gian Piero Brunetta, Il viaggio dell’icononauta, Venezia, Marsilio, 1997.

[4] v. Giacomo Leopardi, Dissertazioni Filosofiche, a cura di Tatiana Crivelli, Padova, Antenore, 1995.

[5] v. Giacomo Leopardi, Saggio sopra gli errori popolari degli antichi, a cura di Giovanni Battista Bronzini, Venosa, Osanna, 1997.

[6] Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, cit., p. 700.

[7] ivi, p. 783.

[8] ibid.

[9] Jurgis Baltrušaitis, Anamorfosi, trad. di P. Bertolucci, Milano, Adelphi, 1990, p.17.

[10] Dal 1474 al 1570 in Europa gli Elementi di Euclide furono tradotti in varie lingue volgari e dati alle stampe, così che le sue idee ebbero il sopravvento su tutte le altre teorie della visione fino agli albori della Rivoluzione scientifica e influenzarono gli studiosi, soprattutto per quanto riguarda la prospettiva geometrica.

[11] Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, cit., p. 799.

[12] I nomi di questi teorici sono presenti nei capitoli della Storia dell’Astronomia assieme a quello di Jean-François Niceron, monaco parigino del Seicento, famoso studioso di prospettiva. Questo geniale geometra, morto poco più che trentenne, lavorò dal 1642 a Roma presso il convento di Trinità dei Monti e scrisse un’opera dal titolo: Perspective curieuse. In lui è evidente la consapevolezza delle illusioni prodotte della vista, che gli deriva dagli studi sulle anamorfosi e sulle deformazioni delle immagini, quando le si guardi da vari punti di vista. La camera oscura fu uno degli automi da lui usati per fare esperienze ottiche e per studiare le leggi della prospettiva.

[13] Baltrušaitis, Anamorfosi, cit., p. 18.

[14] Marianna Candidi Dionigi, Precetti elementari sulla pittura de’ paesi, Roma, Stamperia De Romanis, 1816.

[15] Ivi, parte III, p. 136.

[16] Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, cit., p. 804.

[17] Vasco Ronchi, Galileo e il suo cannocchiale,Torino, Boringhieri, 1964, p. 16.

[18] Leopardi, Tutte le poesie tutte le prose, cit., p. 830.

[19] Lettera a Ms. Henry Oldenburg, in Paolo Casini, Filosofia e fisica da Newton a Kant, Torino, Loescher, 1978, p. 37.

[20] Nell’opera De subtilitate (Norimberga, 1550) Cardano dice di aver aggiunto alla camera leonardesca una lente convergente, per migliorare la rappresentazione del reale. Anche se ritiene che le lenti distorcano la realtà proprio questa distorsione lo affascina, perché, in un certo senso, abbellisce il mondo e accelera i processi dell’occhio: «Se a uno piace vedere ciò che accade nella strada, porrà un disco di vetro nella finestra. Quindi, chiusa la finestra, vedrà le immagini che attraverso il foro arrivano su un piano di fronte con colori scuri. Allora porrai una carta bianca nel luogo dove vedi le immagini e otterrai lo scopo desiderato in modo meraviglioso». (in Brunetta, Il viaggio dell’icononauta, cit., p. 62).

[21] Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, cit., p. 812.

[22] Ronchi, Galileo e il suo cannocchiale, cit., p. 88.

[23] Della magia naturale del Sig. Gio. Battista Della Porta linceo napoletano. Libri 20. Tradotti di latino in volgare, con l’aggiunta d’infiniti altri secreti, Napoli, appresso Gio. Iacomo Carlino, e Costantino Vitale, 1611, Libro XVII, p. 486.

[24] Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, cit., p. 814.

[25] Sembra che lo stesso Keplero si sia costruito una camera oscura a tendina, sulla cui sommità applicò un obiettivo.

[26] Leopardi, Tutte le poesie e tutte le prose, cit., p. 699.

[27] ivi. p. 700.

[28] ibid.

[29] ivi, p. 820.

[30] Sostenitore di Tico Brahe, Kircher rappresenta lo spirito enciclopedico dell’Europa barocca, incantato dallo spettacolo offerto dalla natura, egli ritiene che l’universo sia una «fabbrica di meraviglie» e, in questo senso, la camera oscura è meccanismo utile per la riproduzione delle immagini, ne cattura la seduzione e diventa metafora non più degli occhi, ma dell’universo con le sue infinite varietà di oggetti.

[31] Brunetta mette in evidenza la modernità di questo studioso nell’aver saputo «mescolare il senso dell’esattezza della scienza con l’attenzione alla «scienza delle illusioni», alla sua capacità di inventare macchine e immaginare “mondi” costruiti, per dare spettacolo o valorizzare lo spettacolo del mondo» (Brunetta, Il viaggio dell’icononauta, cit., pp. 91-92).

[32] John Locke, Saggio sull’intelligenza umana, traduzione rivista da Grazia Farina, 2 tomi, Roma-Bari, Laterza, 1994, p. 113.

[33]Brunetta, Il viaggio dell’icononauta, cit., p.172.

[34] Il giovane Giacomo, catalogo della mostra a cura di Franco Foschi, Recanati, Casa Leopardi, 1995, p. 45.

 

 

 

 

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Quasi un paradosso

(Tra i dieci finalisti al concorso indetto dalla rivista “Noi donne” – 2008)

Pseudo-saggio ironico rivolto alle ragazze degli anni Sessanta

Sei tu la ragazza degli anni sessanta, che sognava di cambiare il mondo, impegnata socialmente e politicamente a educare i figli, sulla base di sani principi di sinistra?

Sei tu la donna degli anni ottanta che tira le somme sulla sua consapevolezza di madre moderna:

-Ti ricordi quante interessanti esperienze hai vissuto? -– chiedi con fierezza di madre perfetta alla tua amatissima figlia. I tuoi occhi sono avidi di conferme e si piantano sui suoi, che scopri con terrore vuoti. Tra il divertito e il compassionevole ti risponde, senza nemmeno un attimo di esitazione:

NO.

Insisti, insinuando memorie, che sono maledettamente tue, solo tue! E lei impassibile, trapassandoti con lo sguardo, ripete stancamente, ma con determinazione, comunicandoti che la conversazione, non da lei richiesta, è finita:

NO!

Dove hai sbagliato?

Amore mio – riprendi a domandare – cosa vuoi fare nel futuro? Ora la guardi ansiosa ,(la lezione precedente ti ha un po’ scossa, vero?) ma fiduciosa (continui a cascarci ancora?):

-Io mi sposerò, avrò figli e mio marito andrà a lavorare . Che credi, non voglio fare la tua fine! Dove..!?

 

 

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Il Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco

 

Un Antico a “colloquio” con i Moderni!

 

Nunzia Gionfriddo

 

Il 21 Luglio del 1821 [1347] Giacomo Leopardi annotava sul suo Zibaldone:

 

Io non avendo mai letto scrittori metafisici, e  occupandomi di tutt’altri studi, e null’avendo imparato di  queste materie alle scuole (che non ho mai vedute), aveva già ritrovata la falsità delle idee innate, indovinato  l’Ottimismo del Leibnizio, e scoperto il principio,  che tutto il progresso delle cognizioni consiste in concepire che un’idea ne contiene un’altra; il quale è la  somma della tutta nuova scienza ideologica. Or come ho  potuto io povero ingegno, senza verun soccorso, e con poche  riflessioni, trovar da me solo queste profondissime, e quasi  ultime verità, che ignorate per 60 secoli, hanno poi  mutato faccia alla metafisica, e quasi al sapere umano?  Com’è possibile che di tanti sommi geni, in tutto il detto  tempo, nessuno abbia saputo veder quello, ch’io piccolo  spirito, ho veduto da me, ed anche con minori cognizioni in  queste materie, di quelle che molti di essi avranno avuto?

 

Non è vero, allora – continua il poeta – che la conoscenza progredisce col progredire delle idee, che, aggiungendosi l’una all’altra o derivando l’una dall’altra, vanno ad arricchirla : è vero, piuttosto, che “i sommi scopritori delle più sublimi, profonde ed estese verità” si chiudono  nelle loro riflessioni, e, “intolleranti degli studi”, ignorano “le verità già scoperte”, “non prevalendosi delle cognizioni altrui”. Tra le cause di questo fenomeno Leopardi indica la “differenza delle lingue e la maggior o minor copia di termini”, che rendono difficile la diffusione delle idee: il che non vale per i greci, superiori a tutti gli altri popoli e, ancora in epoca moderna, facilmente comprensibili a tutti. Un’altra causa del fenomeno è la nascita di nuove nazioni moderne – Germania ed Inghilterra in primis, con i loro insigni figli i, come Bacone, Leibniz, Newton e Locke – che si differenziano, come popoli settentrionali, dall’antica cultura, che fu meridionale. Infatti – continua l’autore – le differenze naturali e le circostanze diverse hanno contribuito alla separazione tra antichi e moderni,  laddove i primi, se fossero vissuti in epoche diverse, avrebbero “potuto arrivare […] a quel punto a cui sono arrivati i moderni filosofi e metafisici sommi”.

Questo stesso confronto va cercato nel Frammento apocrifo di Stratone da Lampsaco,  scritto a Bologna nel 1825, nel cui titolo si cita, non a caso, il nome di un filosofo e “fisico” antico e nel cui contenuto si narra dell’origine e della fine dell’universo copernicano, che, grazie al progresso delle scienze del Sei – Settecento e alla cosiddetta “Rivoluzione scientifica”, aveva soppiantato quello aristotelico – tolemaico. Del resto lo stesso autore del Frammento lo dice:

 

Lo intitolo Frammento apocrifo perché […] le cose che si leggono nel capitolo della fine del mondo non possono essere state scritte se non poco tempo addietro […] E’ ben vero che il capitolo della origine del mondo concorda a un di presso con quel poco che abbiamo delle opinioni di questo filosofo negli scrittori antichi.

 

Così la prima parte del frammento potrebbe essere stata scritta proprio da Stratone e  la seconda sarebbe opera di qualche Greco vissuto “non prima del secolo passato.” Il “fisico”, quindi, dialoga a distanza e si confronta con la fisica di Galilei, Keplero, Newton, Cartesio, Leibniz, col materialismo settecentesco e con una scienza nascente come la chimica, dimostrando che gli sarebbero bastate circostanze e luoghi diversi da quelli nei quali operò, per completare le sue scoperte. Non si può fare a meno di chiedersi come mai riappaia dopo dieci anni  il nome di un filosofo, che troviamo citato, per la prima volta, in una pagina della Storia dell’Astronomia: “Fu sentenza di Metrodoro, di Diotimo, di Stratone e di Plinio che le stelle fisse ricevessero il loro lume dal sole”. La nota che accompagna questa citazione recita: “Stob. Ecl. Phys.”, e si riferisce ad un autore e ad un testo al quale Leopardi attingeva spesso e a cui fece continuamente riferimento in buona parte delle sue opere. Anzi, ne abbiamo notizie più specifiche in una citazione dello Zibaldone del novembre del ’25:  “Stobeo[1]….ed. Gesner. Basilea 1549.” [2] In effetti il volume fu in buona parte, se non tutto, letto e consultato da Leopardi, perché si trova citato in molte note della Storia dell’Astronomia, del Saggio sopra gli errori popolari degli antichi e dello Zibaldone. Nell’opera del dossografo greco sono raccolti frammenti del pensiero fisico e filosofico di Stratone e, se ad essi si associano passi di autori che hanno riferito le sue idee, come Cicerone, Plutarco, Simplicio, si può ricostruirne il pensiero scientifico per cercare di capire il ruolo che Leopardi gli assegna nell’operetta. [3]

Si può tratteggiare il profilo di un pensatore, che, pur prendendo le mosse dal suo maestro  Teofrasto, allievo di Aristotele,  e dalla stessa fisica aristotelica, se ne allontana proprio per la concezione di una materia, che si trasforma meccanicamente, obbedendo a semplici leggi, che non hanno un dio né come causa, né come fine.

Per il fisico greco, infatti, il principio di tutti i  fenomeni, secondo una testimonianza di Plutarco, è il caso,[4] l’attività senza fini, inteso alla maniera di Democrito di Abdera, come ciò che non deriva da una causa finale e non come ciò che non ha causa naturale. La fonte è importante ai fini del nostro tema: l’autore dice che Stratone, uno dei più importanti peripatetici, aveva molte idee in comune con Aristotele ed in opposizione a Platone. Aggiunge che il cosmo mon è animato  e ciò che è per natura (kata; fuvsin, è per caso (katav tuvchn):  tutto avviene automaticamente (kata; taujtomavton).

Nella tradizione greca la Tyche (Tuvch), era identificata con LavchsiV, una delle  tre Moire, che, al posto di Zeus,  decretavano il destino dell’uomo. La dea assegnava una determinata quantità di filo (vita) da tessere, che Klwtwv filava e  AvtropoV tesseva.  La tessitura era legata all’idea di tempo, rigorosamente e necessariamente irreversibile,  perché, una volta fatta, non poteva essere disfatta. Il caso o fortuna, quindi, ha in sé l’idea di necessità e, infatti, ciò che era determinato non poteva ottenere deroghe, nemmeno ad opera degli dei.  Del resto anche nel Timeo di Platone il mondo era fasciato e tenuto stretto dalla necessità, anche se qui  non c’è niente di automatico.  Invece  il  to; aujtovmaton, usato da Plutarco, assume lo stesso significato della tuvch, ma presuppone assenza totale di fini.  Si può, quindi, dedurre da questo frammento che per Stratone nella natura ci sono il continuo, il perenne, il necessario. La mancanza di fini , il caso e la necessita sono usati da Stratone per affermare che l’universo e tutto ciò che in esso è contenuto, è il risultato necessario del concorso di tutte le cause efficienti. La necessità diventerà forza e legge incurante degli effetti e irrevocabile. Allo stesso modo dirà Galilei nel Dialoghi sopra i due massimi sistemii : “Dio non può  fare che il fatto non sia fatto.”[5] La posizione di Cartesio sarà diversa: in una lettera al Mercenne dirà che le verità matematiche sono decise da Dio, che volontariamente emette le sue leggi. Esse sono semplici, perché si basano sul principio di inerzia, secondo il quale un corpo viaggia a velocità costatante.  Lo stesso concetto si trova ne Le monde, dove Dio è un’emissione continua di energia in ogni istante del tempo, che agisce secondo azione e reazione: dal moto all’urto, all’autoconservazione, alla conservazione della materia. L’urto non è prestabilito, i corpi si muovono a caso nella materia che è un conato continuo. La fisica stratoniana precede , quindi, quella galileiana e cartesiana.

A detta di tutte le testimonianze e dei frammenti racolti da Stobeo, per Stratone la natura, come insieme delle parti della materia, è la causa della nascita, della crescita e della morte degli esseri viventi. In lei non ci sono né sentimento, né figure: [6] in altre parole, o ancora meglio, in temimi leopardiani, “tutta la natura è insensibile”.[7] Egli nega all’universo ogni origine divina [8] e afferma, senza occuparsi di determinarne ulteriormente la composizione dei corpi, che tutto quello che c’è, e che succede nel mondo, è il risultato di peso e movimento naturale verso il basso [9]:  “i corpi hanno un peso naturale e i più leggeri emergono sui più pesanti come se fossero spinti fuori”. [10] In altre parole i corpi più pesanti esercitano una pressione su quelli più leggeri. La forza che agita e muove le parti della materia,  è il movimento, [11] che la spezza, dando origine ai corpi:  la loro maggiore o minore densità, che dipende dal maggiore o minore spazio vuoto in essi contenuto,[12] spiega le loro differenze di peso; il che denota l’indipendenza e l’originalità del pensiero di Stratone. Se dobbiamo credere alle parole di Simplicio, [13] Stratone ammette che il vuoto sia sempre occupato da qualche corpo: una deduzione abbastanza plausibile potrebbe essere quella che il vuoto ci fosse prima che la materia occupasse lo spazio e lo racchiudesse, ipotesi proposta da Kant nella Allgeneine Naturgeschichte und Teorie des himmels, per spiegare il gioco delle forze di attrazione e repulsione nella teoria della gravitazione universale di Newton, senza dover ricorrere a cause finali.

Il peso e il vuoto all’interno dei corpi,[14] quindi, spiegano tutto ciò che accade nella natura. Il fisico peripatetico, più saggio di Democrito e di Epicuro, non cerca di spiegare il peso, rinunziando a concludere che esso è una qualità della materia: sembra che definisca il peso, o la forza, dai suo effetti: il movimento verso il basso.  Dall’inerzia iniziale della materia si deduce la legge della permanenza della forza, formulata anche da Democrito.

Se questa è l’idea che Leopardi aveva del filosofo greco, fin dalla primissima giovinezza – il  che è possibile – allora da qui nasce il suo materialismo. Nella prima parte del Frammento Stratone dimostra di aver già definito le prime semplici leggi dell’universo, così come avevano fatto, anche se con una “fisica” diversa, Democrito, Epicureo, e “l’empio Lucrezio”. Ma aveva detto qualcosa in più, che ha peobabilmente colpito Giacomo: Stratone rifiuta ogni principio divino e ogni finalismo. Egli ammette, nel suo virtuale colloquio con i moderni, che nelle loro scoperte c’è un progresso rispetto al suo sistema e, proprio per questo, ne accetta le novità, come l’eliocentrismo copernicano, il principio chimico della conservazione della materia e l’ipotesi catastrofica della fine del mondo. Di fatto, però, il “fisico” greco aveva preceduto il genio dei Cartesio, Galilei e Newton. Gli è solo mancata la circostanza favorevole, che lo avrebbe aiutato ad “arrivare […] a quel punto a cui sono arrivati i moderni filosofi e metafisici sommi.” Questi ultimi, poi, non hanno saputo o voluto leggere il pensiero degli antichi, riconoscendo in loro l’origine delle proprie scoperte. Se l’annotazione del ’21, sopra citata, ha ancora valore per Leopardi, ospite di Bologna nel ’25, si potrebbe pensare che, quando egli ha letto D’Holbach, ha riconosciuto immediatamente la presenza dello stratonismo. Il progresso della scienza, quindi, è anch’esso un’illusione, che nasce dalla pretesa di aver scoperto leggi già conosciute dagli antichi: il suo unico merito è quello di procedere; ma questo procedere mette sempre più a nudo la pochezza del genere umano. I principi della natura si leggono negli effetti e non nelle cause, che non si possono conoscere. Il rifiuto di cercarle, che era stata un’idea comune ad una parte degli scienziati dell’epoca moderna e che aveva tanto angustiato Newton, c’era già stato.

Eliminati gli “errori popolari degli antichi”, molto era già stato detto!

Stratone guarda con freddezza quel “cielo stellato”, di fronte al quale Immanuel Kant si era emozionato, allorché si accingeva ad affidare alle pagine del suo saggio, sopra citato, la nuova teoria cosmogonica del mondo, condivisa da Laplace. Il volto inespressivo del filosofo greco del Frammento segue i corpuscoli che configgono tra loro, sotto la spinta di “una o più forze”, dando origine agli infiniti sistemi che popolano l’universo:

 

La natura in universale, siccome in particolare le piante e le creature animali, ha in sé per natura una o più forze sue proprie, che l’agitano e muovono in diversissime guise continuamente. Le quali forze noi possiamo congetturare  ed anco denominare dai loro effetti, ma non conoscere in sé, né scoprire la natura loro.

 

Il movimento (la forza) inizialmente, agitando la materia, la spacca e “forma di essa materia innumerabili creature, cioè la modifica in svariatissime guise […] .Le quali creature, comprendendole tutte insieme, e considerandole siccome distribuite in certi generi e certe specie, e congiunte tra se con certi tali ordini e certe tali relazioni che provengono dalla loro natura, si chiamano mondo”. A queste parole fa eco la “fable” cartesiana ne Le monde, metafora usata da Descartes per ipotizzare la formazione del mondo e per formularne le leggi:

 

Supponiamo che questa materia possa venir divisa in tutte le parti e secondo tutte le forme immaginabili e che ognuna di queste parti possa ricevere in sé tutti i movimenti da noi concepibili” e che “le une cominciano a muoversi da un lato, le altre da un altro; le une a muoversi più rapide, le altre più lentamente […]  persistendo in seguito nel loro movimento secondo le leggi ordinarie della natura.

 

La materia si frantuma in seguito al movimento vorticoso dei corpuscoli infinitesimali e dal loro aggregarsi si genera “le monde”. L’universo geometrizzato di Descartes nasce dal movimento che Dio dà, una volta per tutte, alla materia.

C’è chi, però, aveva già fatto un’ipotesi simile nell’antica Grecia;  Platone nel Timeo, parlando dell’origine del mondo, e usando la forma del mito, dice:

 

C’erano l’essere, lo spazio e la generazione, tre realtà distinte anche prima che si generasse il mondo. E la nutrice della generazione […] multiforme a vedersi, poiché era piena di forze […]. era scossa da esse, e, movendosi a sua volta, le scuoteva. Le cose mosse, poi, venivano trasportate alcune da una parte, altre dall’altra, separandosi.

 

In altre parole il mondo ha origine dal movimento e il Demiurgo ordina questa materia informe, che preesiste al cosmo secondo enti matematici e relazioni geometriche. Lo Stratone di Leopardi  perfeziona questo pensiero e, di fronte all’origine dell’universo, non ha dubbi: la materia è sempre esistita e sempre esisterà., come si è già detto, senza un creatore o ordinatore. Da essa si sono formati gli infiniti mondi e il caso è l’artefice di quello che noi chiamiamo ordine. Si può pensare che Leopardi parlasse sull’onda stratoniana, quando diceva nel 1820: “«Amiamo l’ordine, l’amano  tutti gli esseri; ma qual ordine? Odiamo il disordine, ma qual è questo disordine?”,[15] Continuando sulla scia della riflessione sull’Essai sur l’indifference en matière de religion, di Montesquieu, continua affermando che “lo stato di  perfezione, quello stato di ordine, fuori del quale non c’è riposo, fuor del quale non c’è la tranquillità dell’ordine, né la felicità, è per l’uomo, come per tutte le altre cose esistenti, quello stato in cui la natura l’ha posto di sua  propria mano, e non quello in cui egli o si sia posto, o si debba porre da se”. Una risposta completa al quesito leopardiano, di cui sopra, ci  arriva  da un pensiero del ’25:

 

Chi di noi sarebbe atto a immaginare, non che ad eseguire, il piano dell’universo, l’ordine, la concatenazione, l’artifizio, l’esattezza mirabile delle sue parti ec. ec.? Segno certo che l’universo è opera di un intelletto infinito. – Ma sapete voi che dalla estensione e forza dell’intelletto dell’uomo, a un’estensione e forza infinita ci corre uno spazio infinito? L’intelletto umano non è atto a immaginare un piano come quello dell’universo. Ma un intelletto mille volte più forte ed esteso dell’umano, potrà pure immaginarlo. Non vi pare che possa? Dite dunque un intelletto maggiore dell’umano un milione di volte, un bilione, un trilione, un trilione di trilioni. Non arriverete mai ad un intelletto infinito, e però mai ad un intelletto grande, se non relativamente (giacchè un intelletto anche un trilione di volte maggior del nostro, non sarebbe già un intelletto grande per se, ma solo relativamente al nostro, e sarebbe infinitamente minore di un intelletto infinito), e però mai ad un intelletto divino. [16]

 

Dunque, l’uomo non può concepire l’esistenza di un intelletto divino: ne va di conseguenza che oltre la materia non c’è nulla e tutto è materia.  Il materialismo ateo non appare solo in questi anni bolognesi; già nel ’21 il poeta aveva scritto:

 

Un corpo, essendo composto, dimostra l’esistenza di altre cose che lo compongano. Ma siccome tutte le parti o sostanze materiali componenti la materia, sono altresì composti, però bisogna necessariamente salire ad esseri che non siano materia. […] Or dico io. Arrivate fino alla menoma parte o sostanza materiale, e ditemi se potete, le parti o sostanze di cui questa si compone, non sono più materia, ma spirito. Arrivate anche se potete, agli atomi o particelle indivisibili e senza parti. Saranno sempre materia. Al di là non troverete mica lo spirito ma il nulla. Affinate quanto volete l’idea della materia, non oltrepasserete mai la materia.[17].

 

Le leggi che regolano la vita dell’universo non sono stabilite da niente altro se non dalla natura, che, ancora nel ’23, “ingenera … questo nostro globo tutto insieme considerato e rispetto al sistema solare o universale, e similmente i pianeti e il sole e le stelle e gli altri globi celesti. Ne’ quali e ne’ moti loro, e per dir così, nella vita, e nell’esistenza rispettiva degli uni agli altri, niun disordine si può trovare, niuna irregolarità, niun morbo, niuna ingiuria, niun accidente, successo o effetto che sia contro né fuori delle intenzioni avute dalla natura.”[18].

Si può, quindi, con una buona dose di sicurezza, dire che lo stratonismo sia stata la fonte del materialismo di Giacomo fin dagli anni immediatamente successivi alla composizione delle opere giovanili.

Si sa, infatti, che nella fanciullezza il giovanissimo Giacomo ha attinto a piene mani dagli scaffali della biblioteca paterna, ricca di testi antichi e moderni, senza risparmio di energie e di tempo. Il conte Monaldo l’aveva arricchita di testi, che raccoglievano la cultura del Seicento e del Settecento,[19] tra cui quelli di Buffon, Spallanzani, Franklin, Lavoisier, Boerhaove, Haller, Bomnet, di una copia dell’edizione commentata dei Principi di Newton, a cura di Francisque Jacquier e Thomas Le Seur e di un buon numero di manuali di scienza e di filosofia. Proprio su queste opere studia il giovane recanatese, quando compone le Dissertazioni Filosofiche, il Saggio sopra gli errori popolari degli antihi e la Storia dell’Astronomia, scritti rispettivamente dal 1811 al 1815, i cui contenuti svelano le sue curiosità e il suo entusiasmo verso il progresso dello spirito umano. Nella riflessione del ’20, con la quale si è aperto questo scritto, Leopardi aveva intuito che le radici del sapere umano hanno origine nel mondo antico, tant’è che i sommi della cultura moderna, da lui tanto ammirati, ripetono, allargandolo e arricchendolo, il percorso dei primi scopritori delle leggi del mondo.  La formazione scientifica che Giacomo si era costruito negli anni della giovinezza, e anche in seguito con la frequentazione di scienziati, va a nutrire il suo pensiero filosofico e germoglia nell’operetta bolognese. Qui Stratone si confrnta con la prima generazione di scienziati-filosofi, quella dei Galilei,  Descartes e Keplero, per i quali scienze esatte e speculazione filosofica sono in stretta connessione, e con la seconda generazione degli Huygens, Boyle e Newton, che tendono a separare scienza e filosofia ed a isolare la prima dall’influenza della seconda. Il “fisico” ha imparato che la proporzionalità del peso e della massa derivano  dalla legge della caduta dei gravi di Galilei, che per la teoria dei colori  Newton era partito da Descartes e da esperienze boyliane, che le leggi di Keplero avevano stimolato le domande necessarie per scoprire le leggi delle forze gravitazionali; conosce Fontenelle, Maupertuis, Voltaire Eulero, difensori del meccanicismo newtoniano; [20] non tralascia di interessarsi di Leibniz e del problema delle “forze vive”, ovvero della energia che si sprigiona nell’universo quando i corpi materiali urtano tra loro. L’idea che proprio a Bologna [21] il Conte potrebbe essersi interessato al vitalismo e al problema delle forze leibniziane, suggerita da Forlini.,[22] che analizza l’influenza di Leibniz, “forse il più grande metafisico della Germania”,[23] nella cultura bolognese, non va scartata. Anzi, anche questa presenza può aiutare a spiegare il concetto di forza nell’operetta bolognese.

Il sistema eliocentrico e le sue leggi, trionfo della scienza moderna, dominano la seconda parte del Frammento, dalla principio di  trasformazione, conservazione ed equilibrio della materia, secondo le scoperte di Lavoisier:

 

Vedesi in questo presente mondo un continuo perire degl’individui ed un continuo trasformarsi delle cose da una in altra; ma perciocché la distruzione è compensata continuamente dalla produzione, e i generi si conservano, stimasi che esso mondo non abbia né sia per avere in se alcuna causa per la  quale debba né possa perire, e che non dimostri alcun segno di caducità.  Nondimeno si può pur conoscere il contrario e ciò da più d’uno indizio, ma tra gli altri da questo.

 

alle supposizioni newtoniane della forma della terra, confermate da Maupertuis:

 

Sappiamo che la terra, a cagione del suo perpetuo rivolgersi intorno al proprio asse, fuggendo dal centro le parte dintorno all’equatore, e però spingendosi verso il centro quelle dintorno ai poli, è cangiata di figura e continuamente cangiasi, divenendo intorno all’equatore ogni dì più ricolma, e per lo contrario intorno ai poli sempre più deprimendosi.

 

all’idea relativa di tempo:

 

Gli ordini che lo reggono paiono immutabili, e tali sono creduti, perciocché essi non si mutano se non che  poco a poco e con lunghezza incomprensibile di tempo, per modo che le mutazioni loro non cadono appena sotto il conoscimento, non che sotto i sensi dell’uomo.  La quale lunghezza di tempo, quanta che ella si sia, è ciò nonostante menoma per rispetto alla durazione eterna della materia.

 

e, infine, alla nuova teoria sulle catastrofi:: [24]

 

tutti i pianeti in capo di certo tempo, ridotti per se medesimi in pezzi, hanno a precipitare gli uni nel sole, gli altri nelle stelle loro.  Nelle quali fiamme manifesto è che non pure alquanti o molti individui, ma universalmente quei generi e quelle specie che ora si contengono nella terra e nei pianeti, saranno distrutte insino, per dir così, dalla stirpe.

 

Lo squilibrio delle forze newtoniane è dovuto, (evento tragicamente ridicolo) all’appiattimento della terra, che perpetua il suo schiacciamento ai poli. Con drammatica ironia Stratone-Leopardi fa partire tutto  il disastro cosmico proprio dalla terra, che per secoli si era arrogata il falso diritto e la superbia di essere al centro dell’universo. Nello scatenarsi della catastrofe si assiste alla caduta violentissima di tutti i corpi celesti verso il proprio centro di gravità, come veri e propri proiettili: l’energia accumulata dai pianeti nella folle caduta verso il sole e degli altri sistemi verso il loro centro si fondono in un unico immenso fuoco.

Si scatena nell’universo una energia distruttiva, che tutto divora e tutto “dissolve”, lasciando al suo posto “le forze eterne della materia”, ovvero l’energia vitale, che mai “si distrugge”. Stratone è a colloquio, ancora una volta, con Lavoisier: la materia si trasforma in “un continuo perire degl’individui ed un continuo trasformarsi delle cose da una in altra; ma perciocché la distruzione è compensata continuamente dalla produzione, e i generi si conservano, stimasi che esso mondo non abbia né sia per avere in sé alcuna causa per la  quale debba né possa perire, e che non dimostri alcun segno di caducità”.

Questa riflessione l’aveva già fatta nel ’21:

 

E la quantità di queste parti sarà sempre la stessa, e però di quelle primitive sostanze, ancorchè materiali ancorchè divise quanto si voglia, esisterà sempre la stessissima quantità, o divisa o congiunta che sia; e tutta questa quantità, e perciò tutta quella sostanza sarà sempre della stessissima natura.[25]

 

“L’”ultrafilosofia”,[26] ovvero la scienza, che “conoscendo l’intimo e l’intimo delle cose, ci ravvicini alla natura”, diventa, come ho già detto altrove,[27] un tema di riflessione filosofica: basta scorrere le pagine dello Zibaldone per capire che scienza e filosofia si integrano l’una nell’altra. Leopardi preferisce il materialismo stratoniano all’atomismo di Democrito e di Epicuro, per due motivi fondamentali: per prima cosa Stratone ha chiaro che la ricerca delle cause dei fenomeni è vana, perché la ragione non  potrà mai conoscerle; il secondo motivo riguarda il totale rifiuto di qualsivoglia finalismo nelle leggi della materia. Qualche mese dopo la composizione dell’operetta, nel luglio del ’26, scrive a questo proposito:

 

Nominiamo francamente tutto giorno le leggi della natura (anche per rigettare come impossibile questo o quel fatto) quasi che noi conoscessimo della natura altro che fatti, e pochi fatti, le pretese leggi della natura non sono altro che i fatti che noi conosciamo.[28]

 

Neanche il grande sistematone dell’universo, Isaac Newton, che, assieme a Galileo Galilei, è il dominatore indiscusso della Storia dell’Astronomia, aveva osato tanto! Pressato dalle critiche dei suoi avversari, aveva dovuto ammettere che la causa della gravitazione universale non poteva che essere Dio.

Stratone, quindi, rimane un riferimento costante nella riflessione leopardiana, anche se  il suo nome non appare più dal 1815 fino alla stesura dell’operetta. Perché proprio allora? Perché solo Bologna gli offre un ambiente scientifico-culturale stimolante, che gli permette di mettere a confronto la cultura antica con quella moderna. Non è un caso che proprio in questi due anni il poeta si fortifichi nella consapevolezza che, se è vero che la natura ordina in uno stato di perfezione l’universo, è anche vero che quest’ultimo si sviluppa meccanicamente a danno delle creature sensibili. Ne sono testimonianza le  pagine bolognesi dello Zibaldone, che, nella maggior parte dei casi, sono annotazioni sulla sua mai abbandonata ricerca del mistero della vita e del destino dell’uomo. Negli appunti bolognesi le riflessioni fisiche, metafisiche ed epistemologiche, sono  permeate da una sottile e amara desolazione: il poeta analizza il sistema nel quale vive l’uomo e valuta definitivamente il cosiddetto progresso  dello spirito umano, che tanto lo aveva entusiasmato negli anni della giovinezza. Proprio l’ambiente bolognese, con i suoi dibattiti culturali, filosofici e scientifici, resi possibili dalla apertura della bella e vivace città pontificia, gli fa nascere l’idea di far parlare Stratone, in veste antica e moderna. Non è il “ritorno di Stratone”, come afferma de Liguori[29] nel suo ricco saggio, perché Stratone non se n’è mai andato, ma ha sempre dominato nel pensiero filosofico leopardiano. Solo al materialismo stratoniano si confà la  riflessione filosofica, o meglio, solo da una formazione scientifica, quale aveva Giacomo e di cui Stratone rappresenta la fonte originaria, poteva scaturire il suo materialismo ateo,  e  di qui la sua riflessione sulla soufframce.  In un’annotazione dello Zibaldone del 1825, proprio quando scriveva l’operetta, si legge:

 

La sofframce della menoma parte della natura, quel è tutto il genere animale preso insieme, merita di essere chiamata un’imperfezione. Almeno ella è piccolissima e quasi un menomo neo nella natura universale nell’ordine ed esistenza del gran tutto. Menomo perché gli animali, rispetto alla somma di tutti gli altri esseri e all’immensità del gran tutto, sono un nulla.[30]

 

L’uomo, però, nell’universo stratoniano, che si muove automaticamente, non può essere presente, perché è un “menomo neo nella natura.” Solo nella prima parte del Frammento si parla di lui, quando Stratone paragona l’idea di forza della materia alle passioni umane: “l’ambizione, l’amor del piacere e simili”, riconducibili ad un’unica passione, cioè l’amor di se stesso, il quale opera “in diversi casi diversamente”. In un universo dove tutto avviene meccanicamente, seondo leggi naturali, anche le passioni sono meccanismi alla maniera di Descartes, che vanno définite delle “perceptions ou des sentiments, ou des émotions de l’âme, qu’on rapporte particulièrement  à elle, et qui sont causées, entretenues et fortifiées par quelque mouvement des esprits.”[31] Le passioni, quindi, sono forze meccaniche che sollecitano il cervello e sono raccolte dall’anima. In altre parole la forza dell’universo e la forza dell’amor di sé implicano gli stessi effetti; la seconda è la metafora di un’energie universale del suo stesso tipo. Anche qui alla spiegazione scientifica Leopardi affianca nel suo diario di pensieri la riflessione speculativa. Nell’universo “tutto è male” – scrive nel 1826[32]  e, ricordando, di nuovo, la piccolezza degli esseri animali,  continua:

 

Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente, ma tutti gli animali. Non gli animali solamente, ma tutti gli  altri esseri al loro modo.  Non individui, ma specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.

 

Il giardino della suffrance[33] è il simbolo dell’ universo stratoniano nel quale ruotano pianeti e satelliti, ignari di un prossimo possibile destino di catastrofi: al posto del colore splendente delle piante splende la luce del sole e di tutte le stelle  che attraggono gli infiniti mondi. Nell’ordinato universo di Stratone-Copernico, che Galilei, Keplero e Newton avevano illuminato  con poche e semplici leggi, le cui catastrofi, secondo Voltaire, si spiegano solo alla luce della necessità del male, per la vittoria del bene e dell’ordine, l’uomo non si scorge, perché infinitamente piccolo nell’infinitamente grane. Gli innumerevoli mondi si comportano come perfette macchine; qui domina il “male” e questo “male” nasce dalle sue stesse leggis fiiche, chimiche e biologiche. Esse si comprendono e si misurano con la matematica, ma non giovano a nessun vivente, né uomo, né animale. “Tutta la natura è insensibile, fuorché gli animali” – scrive il poeta nel suo Zibaldone – che sono “un anello necessario alla gran catena degli esseri, e all’ordine e alla esistenza di questo tale universo”, al quale è “utile il loro danno, poiché la loro esistenza è un danno per loro.”. “Quindi questa loro necessità è un’imperfezione della natura, e dell’ordine universale, imperfezione essenziale ed eterna, non accidentale”.[34]

Dietro la descrizione del sistema stratoniano , nel quale primeggia la catastrofe, si cela, e per nulla troppo velatamente, l’aspetto teoretico della filosofia leopardiana. Si legga, ancora in parallelo il Frammento con gli appunti dello Zibaldone. Se nell’operetta Leopardi scrive:

 

Quelle che noi chiamiamo creature materiali, sono caduchi e passeggeri; ma niun segno di caducità né di mortalità si scuopre nella materia universalmente, e però niun segno che ella sia cominciata, né che ad essere le bisognasse o le bisogni alcuna causa o forza fuori di sé

 

nel suo Zibaldone si legge:

 

Il fine della natura universale è la vita dell’universo, la quale consiste ugualmente in produzione conservazione e distruzione dei suoi componenti, e quindi la distruzione di ogni animale entra nel fine della detta natura almen tanto quanto la conservazione di esso, ma anche assai più che la conservazione, in quanto si vede che sono più assai quelle cose che cospirano alla distruzione di ciascuno animale che non quelle che favoriscono la sua conservazione; in quanto naturalmente nella vita dell’animale occupa maggiore spazio la declinazione e consumazione ossia invecchiamento (il quale incomincia nell’uomo anche prima dei trent’anni) che tutte le altre età insieme (v. Dial. della natura e di un Islandese, e Cantico del Gallo silvestre).[35]

 

La riflessione morale continuerà negli anni a venire, fino al momento in cui di nuovo appare il nomendi Stratone:

 

Certo molte cose nella natura vanno bene, cioè vanno in modo che esse cose si possono conservare e durare, che altrimenti non potrebbero. Ma infinite (e forse in più  numero che quelle) vanno male, e sono combinate male, sì morali sì fisiche, con estremo incomodo delle creature; le  quali cose di leggieri si sarebbono potute combinar bene. Pure perch’elle non distruggono l’ordine presente delle cose, vanno naturalmente e regolarmente male, e sono mali naturali e regolari. Ma noi da queste non argomentiamo già che la fabbrica dell’universo sia opera di causa non intelligente; benchè da quelle cose che vanno bene crediamo poter con certezza argomentare che l’universo sia fattura di una intelligenza. Noi diciamo che questi mali sono misteri; che paiono mali a noi, ma non sono; benché non ci cade in mente di dubitare che anche quei beni sieno misteri, e che ci paiano beni e non siano. Queste considerazioni confermano il sistema di Stratone da Lampsaco, spiegato da me in un’operetta a posta.[36]

 

Per “conservare” e “durare” l’ordine del mondo, le regole disposte dalla natura non procurano il bene dell’uimo, ma il suo male e ciò non può convincerci che esiste un’intelligenza, buona o cattiva che sia, che lo abbia generato. Il riferimento al “sistema” di Stratone ci illumina sul significato che l’autore dell’operetta intende sottendere : l’universo ordinato e perfetto e. con lui, tutti i viventi. Il  “migliore dei mondi possibili”, di cui aveva parlato Leibniz, è una pura illusione. “Il male v’è di gran lunga più che il bene”, scrive Leopardi nel marzo del ’27. Questa desolata  riflessione nasce dalla consapevolezza realistica di chi conosce le leggi del mondo; di chi ha coscienza dei limiti della ragione umana; di chi rifiuta il conforto delle illusioni e guarda disincantato alla cruda verità. Le fiamme, che divorano tutti i  sistemi dell’universo e si esauriscono nel silenzio del nulla, sono il simbolo della fine di ogni possibile inganno. Dietro gli occhi di Stratone, che segue momento per momento la catastrofe, c’è une raion savante, che sa che “che le cose sono come sono, perché così debono essere”.[37]  Sul palcoscenico cosmico, rimasto vuoto domina l’infinito silenzio nello spazio infinito: verrà il giorno in cui la materia tornerà a spaccarsi e a generare altri mondi, altre relazioni e altri ordini che periranno, per lasciare il posto ad altri sistemi, altri universi ed ogni volta che tutto finirà, rimarrà solo un silenzio senza “né dio, né uomo”.

 

[1] Giovanni Stobeo fu dossografo greco vissuto nel V sec. d. C., di tendenza neoplatonica. Raccolse un numero svariato di frammenti di autori di varie discipline. Nel IX secolo l’opera si presentava divisa in due volumi, che ricevettero rispettivamente i titoli di: Eclogae physicae et eticae, e Sermones. . Nella prima sezione vi  sono raccolti il pensiero e le idee  di Eraclito, Epicuro, Democrito, Pitagora,  Senofane, Plutarco, ecc.

[2] Zib. 4152. Questa edizione del testo di Stobeo è indicata anche nel Parini o della gloria, nella Storia dell’Astronomia, nel Saggio sopra gli errori popolari degli antichi e, oltre quella citata, alle pagg. 4225 e 4226 dello Zibaldone.

[3] Ci facilita il compito un  saggio del 1880 di uno studioso  francese, G Rodier dal titolo La Physique de Straton de Lampsaque, Felix Alcan editeur, Paris, nel quale il sistema del ”fisico” peripatetico viene disegnato  attraverso i frammenti dell’antologia di Stobeo[3] e le citazioni di autori greci e latini come  Cicerone, Plutarco, Simplicio e Sesto Empirico, fonti presenti nelle note leopardiane.

[4]  Plutarco, Ad. Colot, XIV, in Fritz Wehrli, Die Schule des Aristotes, Benno Schwabe & Co. Verlag, Basel 1950 (fr.35)

[5] G. Galilei, Discorso sopra i due massimi sistemi, a cura di Libero Sossio, Einaudi, Torino 1970, pag. 128

[6] Cic, Nat. Deor, I, 13. in Die Schule des Aristotes, op.cit (fr. 32)

[7] Zib. 4134. Per un tema così importante, rimando al  saggio di Giorgio Stabile. Scienza e disincantamento del mondo: poesia, verità, nulla in Leopardi, in Giacomo Leopardi e il pensero scientifico, a cura di G. Stabile, Farhenheit 45,  2001, pagg.  187-204

[8] Cic., Accad., II, 38, in Die Schule des Aristotes,, op. cit. (fr.  32)

[9] Stratone ammetteva un centro del mondo verso il quale i corpi tendevano, come dice Simplicio in Aristotelis De Coelo, cit.  in Rodier, op. cit., nota 4, pag. 57

[10] Sto., Ecl., Phys, I, 14, (fr. 51) ; in Die Schule des Aristotes, op. cit. La traduzione italiana è in Dossografi greci, a cura di Luigi Torraca, Cedam, Padova 1961. La stessa testimonianza si trova in Simpl., Aristotelis, De Coelo Comment., I, 8, in Die Schule des Aristotes,  (fr. I50), op. cit.

[11] Cic., Accad., II, 38, seguito nota 9, op. cit.

[12] Sto, Eccl. Phys., I, 18, in Die Schule des Aristotes, op. cit. (fr. 550)

[13] Simpl., Aristotelis Phys., Comment. In Die Schule des Aristotes, op. cit  (fr. 59).

[14]  Cicerone, Acc., vedi nota 9

[15]  Zib., 376

[16] Zib., 4141

[17] Zib.,  1635.

[18] Zib., 3374-78

[19]  Vedi P. Casini, L’iniziazione di Leopardi: Filosofia dei lumi e scienza newtoniana, in Leopardi e il pensiero scientifico, op. cit., pagg. 59-78

 [20] Nell’Europa –  Italia compresa –  del Settecento dominava un grande interesse per la scienza newtoniana e la sua influenza sullo sviluppo della meccanica celeste, della dinamica dei fluidi, della geodesia, dell’ottica, del calcolo, della chimica, dell’elettricità e per gli aspetti letterari e divulgativi connessi.

ll newtonianismo si diffuse ad opera, fra gli altri, di Voltaire, che scrisse le Lettres philosophiques (1734) e gli Eléments de la phlosophie de Newton (1738) “Un francese che capiti a Londra trova che le cose sono molto cambiate nella filosofia, come in tutto il resto. – dice Voltaire nelle Lettres – Ha lasciato il mondo pieno e lo trova vuoto. A Parigi l’Universo  lo si vede composto di vortici di materia solida. A Londra nulla si vede di tutto questo. Da noi in Francia è la pressione della Luna a causare il flusso del mare; presso gli inglesi è il mare a gravitare verso la Luna”. Francia e Inghilterra erano divise tra i vortici di Cartesio e la gravitazione newtoniana. La polemica  coinvolse pensatori come Fontenelle, Maupertuis, d’Alembert, Buffon, Boscovich, Eulero, Algarotti fino alle ipotesi cosmogoniche di Kant e Laplace e sollecitò alcuni di essi ad organizzare spedizioni scientifiche  verso i Poli e l’Equatore per verificare l’esattezza della teorema di Newton, riguardante la forma della terra, schiacciata ai poli e rigonfia all’equatore. Sull’idea di forza si divisero gli studiosi tra difensori della forza puramente meccanica, i cartesiani e quelli seguaci delle forze vive leibniziane, riportando in vita, contro il meccanicismo, il vitalismo. Nella Chimica si arrivò ad una vera e propria rivoluzione ad opera di Priesthey e Boyle fino a Lavoisier e alla legge sulla conservazione della materia. L’Ottica visse il superamento delle teorie cartesiane grazie agli studi newtoniani sulla luce e sui colori. Il modello newtoniano di assiomatizzazione della meccanica e il dibattito sui concetti assoluti di spazio e di tempo  offrirono temi di discussione, ai filosofi razionalisti ed empiristi, che convogliarono nella filosofia di Kant, contribuendo alle ricerche sulla teoria della conoscenza. Riapparve il vecchio dilemma sulla superiorità degli antichi sui moderni e e inquietanti ipotesi, prospettate da Locke, sulla possibilità che la materia sia capace di pensare (v. Zib., 4288). Questa breve sintesi della scienza e della filosofia del sei-settecento è stata costruita sulla base delle conoscenze leopardiane.

 [21] Nella Bologna del soggiorno leopardiano, dove si concentravano fermenti culturali, librari ed editoriali, passavano intellettuali di varie tendenze, scienziati, filosofi, medici, artisti, che affollavano università ed accademie e il ventisettenne recanatese avrebbe voluto trovare anche una sistemazione economica, cosa che, come si sa, non gli riuscì, tant’è che la delusione lo riporterà a Recati. Nel lungo e, a volte, difficile soggiorno trovò amici carissimi, come la famiglia Tommasini, Carlo Pepoli, la Malvezzi, “tenera e sensibile”, ma deludente compagna di letture. Forse proprio in questo clima di dibattiti e di stimolanti riflessioni Leopardi sentì la necessità di opporre Stratone, che guardava ai fenomeni, senza ricercarne le cause, alla superbia di una scienza, che si proponeva come roccaforte di verità assolute, una scienza che, però, nella maggioranza dei casi, continua a porsi il problema della cause e dei fini della vita dell’universo. La diffusione delle scoperte di Newton fu ostacolata dalle critiche che gli vennero poste da parte di intellettuali di tutta Europa, e soprattutto da Leibniz, sulle cause della gravitazione universale, che lo scienziato in un primo momento si rifiutò di attribuire a Dio in pubblico. Il principio di causalità fu messo in dubbio da David Hume e recuperato tra i principi della ragio pura da Kant. Rimase vivo il dibattito e dovette far riflettere lo stesso poeta, se nel Frammento scrive: “Le quali  forze noi possiamo congetturare ed anco denominare dai loro effetti, ma non conoscere in sé, né scoprir la natura loro.”

[22] Adolfo Forlini, I Fisici e il Metafisico,congetture per un dialogo possibile, in Letteratura e orizzonti scientifici, a cura di Giovanni Baffetti, Il Mulino. Bologna 1997, pag. 123

[23] Zib., 1857

[24] Le iporesi che riguardano la nascita e la morte dell’universo hanno sempre affascinato e incuriosito la mente dell’uomo in tutti i tempi e in tutte le epoche. In età moderna si formarono due teorie, la prima, quella evoluzionistica è di Descartes, che ipotizzò che l’origine e lo sviluppo del mondo fossero potute avvenire non per catastrofi o miracoli, ma secondo semplici leggi che hanno agito su un caos iniziale, che si sarebbe evoluto meccanicamente nella forma attuale. Si è già visto che questa tesi è quella che aveva già prospettato Stratone. La seconda, ipotizzata da Buffon, rappresentò il modello della cosmogonia catastrofica. Entrambe le supposizioni ammettevano nel loro svolgersi la possibilità di momenti diversi, per esempio nell’ipotesi evoluzionistica non si negava  che potessero accadere grandi catastrofi naturali. Nel Frammento appare chiaro che Stratone proponga proprio quest’ultima supposizione.

[25] Zib., 633 del 9 Feb. 1821, si veda anche il  3 set. ‘21, il 5 set. ‘21 e l’8 Set. ‘23

[26] Zib., 115.

[27] N. Gionfriddo, L’Ultrafilosofia si fa poesia, in Leopardi e il pensiero scientifico, op. cit., pagg. 205-216

[28] Zib., 4189

[29] G. de Liguori, Il ritorno di Stratone per la collocazione del materialismo leopardiano nela storia del pensiero europeo, in  Leopardi antitaliano, Manifestolibri, Roma 1999

[30] Zib., 4133

[31] R. Descartes, Les passions de l’âme,  Librairie Génerale Française, Paris 1990. pag. 37

[32] Zib-. 4174

[33]ibid.

[34] Zib 4133 del 25

[35]  Zib., 4134, cit.

[36]  Zib. 4248

[37] Zib., 4140

 

 

 

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Saggio-Racconto pubblicato sulla rivista “Il nuovo Papiro”dell’associazione AIDE diretto da Giovanni Giudice, al quale lo dedico, in ricordo di una bella amicizia che ci ha accomunati fino al giorno in cui ha abbandonato per sempre tutti coloro che lo amavano e lo stimavano – (2012).

Lettera dall’Egitto ad una amica

 

Ti scrivo dall’aereo che mi sta portando in Egitto. Sono in vista della costa africana. Ho nelle orecchie le note del terzo concerto di Rachmaninoff., con il quale cerco di distrarmi da ciò che sto facendo. So che questo non sarà un viaggio semplice. No, non sarà semplice, come tutti quelli che ho fatto finora.  Ho visitato già il continente africano, ma l’Egitto mai. Avevo pensato di venirci con la mamma, perché è nata in questa terra, in Alessandria,  e il suo sogno era quello di ritornarci dopo tanti anni di lontananza. Ma temevo per lei una delusione. Non si ritorna nei luoghi dove si è stati felici. Nulla e nessuno ci potrà garantire che li ritroveremo uguali come li ricordiamo.

La vita ha deciso per noi. Lei se ne è andata per sempre mi ha lasciato il sogno di conoscere i luoghi della sua giovinezza. Così ho stabilito di partire.  Ti ho messo al corrente di questa decisione, mentre raccoglievamo le sue foto per riporle in una scatola. Mi hai guardata perplessa, come se ciò che stavo facendo fosse una cosa molto pericolosa. E infatti era così che la pensavi e me ne hai spiegato le ragioni. Lo strazio per la sua morte avrebbe potuto portarmi verso un tunnel di ricordi e di ricerche, dal quale non sarei più riuscita ad uscire. Era proprio quello che volevo per stordirmi dal pensiero che non l’avrei mai più vista. Volevo cercarla lì,dove era nata e vissuta felice, tra le persone che un tempo aveva amato. “Loro” dovevano raccontarmi la sua storia. Sapevo che non ti avevo convinta,. Ti ricordi quante discussioni, durante le quali le nostre ragioni si confrontavano come lame taglienti di due scimitarre. Alla fine il compromesso. Partire, si. Per l’Egitto, va bene. Per ora, però, non in Alessandria, qualsiasi posto, ma non Alessandria. .  Così decisi per la crociera sul Nilo.  Banale, ma della giusta leggerezza per me. Pensai che in fondo il mio mal d’Africa sarebbe stato soddisfatto. Il resto sarebbe venuto da sé.

Eccomi qua nell’aereo, con tanta gente sconosciuta che va dove vado io. C’è intorno un assordante chiacchiericcio, fastidioso come il ronzio di mille zanzare durante la notte. Così mi sono messa a sentire Rachmaninoff, in attesa dell’atterraggio.

Vedo la costa da lontano stagliarsi sempre più nitida. Onde leggere e trasparenti, del colore del turchese accarezzano con delicatezza la sabbia del deserto. Ho fatto molto bene a venire. Voglio impadronirmi dei luoghi, degli odori e dei sapori, che hanno accompagnato la vita dei miei nonni e dei miei genitori, nonché la mia fanciullezza. Mi pare di sentire nelle narici, come per magia il profumo delle piccole nespole, delle minute banane, del cumino, dei lukum e della halawa, per non parlare delle fragranze del mercato del quartiere di Anfushi, dove si vendevano zucchine, succhi di frawla e fascyula egiziani al tempo in cui la nonna andava a farvi la spesa.

***

Mia cara, adesso mi trovo su una delle navi che scivolano sul Nilo, portando il loro carico di passeggeri. Le imbarcazioni che ho visto attraccate al piccolo molo hanno come nome un film di Fellini. Non mi chiedere perché, non lo so. La mia si chiama “La dolce vita”. E’ un enorme barcone, che mi ricorda quelli che navigavano nelle acque del Missi pipì alla fine dell’Ottocento. Ti scrivo da una camera a tre letti che condivido con due amiche. L’acqua del Nilo, azzurra e limpida scorre a livello di un largo finestrone. Fra poco il sole tramonterà e cosa accadrà nel cielo lo sai di certo tu, che l’hai visto già tante volte. Ma non  è di questo che ti voglio parlare. Cercavo la pace, vero? Ma qui è impossibile trovarla. Domina frenetico il caos, il rumore delle macchine, dei clacson, delle voci umane. Dovunque tu vada, anche nei paesini più minuti, ti prendono per un braccio, ti tirano verso le loro case, ti offrono bibite sconosciute, fresche e gradevoli, che sei comunque costretta a bere. Se riesci ad eludere gli adulti – ma non per un senso di fastidio, ma per ricerca di pace – sei assalita da un nuvolo di bambinetti che ti assordano con le loro voci, ma ti incantano con i loro occhioni neri, ironicamente supplichevoli, alla ricerca di un “bakshish”. A volte mi chiedo se mi trovo veramente in Egitto o se per caso senza accorgermene, non sia rimasta a Napoli! Lo stesso schiamazzo, di giorno e di notte, la stessa gioia di vivere, nonostante tutto, la stessa umanità e, persino la stessa voglia di essere un po’ “ghalabaui”. Ma sono venuta qui per trovare altro, capisci e, invece, sono costretta a seguire ritmi non miei e storie non mie.  

Oggi è successa una cosa tragica ad una signora del nostro gruppo. Eravamo tutti ammassati in una zattera che ci stava conducendo a riva per una visita ad uno dei piccoli paesini che si stendono sulle rive del fiume, come coccodrilli abbandonati al sole. Sai bene come i locali attraccano le imbarcazioni. Allo stesso modo in cui parcheggiano le macchine. Si buttano a pesce in un buco libero, sbattendo a destra e a manca, senza guardarsi intorno. Avevamo appena ormeggiato, quando un’altra zattera si è violentemente infilata tra noi e la nostra vicina, sbattendoci sulla riva. Immagina i commenti sulla barbarie degli arabi, sulla loro inciviltà e chi più ne ha, più ne metta. Mi sembrava di sentire le parole di mio nonno, poco tollerante e razzista, che avevano accompagnato la mia infanzia. “quel popolo non sarà mai in grado di governarsi da solo. Non ce la fanno e non ce la faranno mai. Hanno bisogno di un capo che li guidi”. Qualsiasi fatto accadesse in Egitto, suscitava queste reazioni. Ero sovrappensiero, quando ho sentito un urlo lacerante:

“Il dito, il dito!”

Non riuscivo a capire. Ho guardato verso le grida, che nel frattempo montavano come gli albumi delle  uova, quando vengono sbattuti da un frullino. Chi urlava era  una giovinetta in piedi, vicina a sua madre, che aveva assistito alla scena raccapricciante. C’era sangue dappertutto, sui sedili, sulle assi di legno e sugli abiti dei presenti. Una signora, macchiata anch’ella di sangue, guardava attonita la sua mano, con un dito decapitato di netto e il suo sguardo passava da quel moncherino al piccolo arto, caduto sul pavimento della zattera. Un sottile e tagliente albero dell’imbarcazione assalitrice lo aveva tranciato. La rabbia dei presenti inevitabilmente e giustamente andava aumentando. Pochi minuti di attesa. Un’autoambulanza ha caricato la donna ferita con il suo dito e è partita a velocità verso l’ospedale più vicino. Sai come quei medici ignoranti, incapaci,  – “e chissà se erano anche medici laureati … e chissà dove!!! – hanno affrontato il caso? La signora è stata operata. Le hanno fatto una piccola incisione sull’addome e in questa fessura hanno infilato il dito, lasciandole la mano fuori. Ben fasciata e con l’ordine di assumere i necessari antibiotici, ce l’hanno rimandata, con il consiglio di continuare la crociera. Al ritorno in Italia, le hanno raccomandato di recarsi a Bologna, presso l’ospedale cittadino, dove, dopo un piccolo intervento avrebbe trovato una sorpresa.  La diagnosi e la soluzione del problema ha fatto storcere i nasi a molti.  Figuriamoci, in quel paese non certo all’avanguardia, non c’era da aspettarsi molto. Insomma stanno decidendo cosa fare e se non sia il caso di tornare in un ospedale italiano. Ti farò sapere in seguito.

 

***

Mia cara, siamo arrivati alla conclusione di quest’avventura. Sono passati quindici giorni dalla fine di quel viaggio. La signora in questione coraggiosa e intelligente ha deciso di seguire il consiglio dei medici egiziani.  Tre giorni fa si è recata a Bologna per farsi staccare il dito dal ventre. Miracolo divino o potenza della medicina e dei seguaci di Ippocrate di terre che noi ancora guardiamo con diffidenza! Il dito è uscito ricostruito per intero, tranne per quel che riguarda l’unghia! Non so se la tecnica impiegata dai medici egiziani sia usata in Italia.

 

So che fra qualche anno ci sarà un piccolo bambino di due anni, al quale capiterà di vedersi troncare di netto un ditino della sua piccola mano, per una disattenzione del papà. So che in un ospedale della capitale italiana il piccino sarà sottoposto allo stesso tipo di intervento. Anche a lui il dito ricrescerà e assieme a quello anche la piccola unghia. Noi occidentali continuiamo a guardare a coloro che sono diversi da noi per cultura, colore della pelle o religione, come a popoli sottosviluppati, le cui scuole e università sono incapaci di assorbire le grandi scoperte scientifiche o tecnologiche. Guardiamo alle carrette del mare con diffidenza e spavento, senza pensare che tra quelle persone disperate ci sono medici, insegnanti, tecnici di alto livello,che potrebbero ringiovanire le nostre menti vecchie e tronfie. L’esperienza di quell’oasi di civiltà che fu Alessandria non ha insegnato niente a nessuno? Certo quel mondo era chiuso all’esterno e inconsapevole delle tragedie che si consumavano intorno a loro. Hanno dato, però, un fiero esempio di reale convivenza civile.

Quando il mondo capirà che le armi vincenti per la costruzione di una grande società cosmopolita passano attraverso idee come tolleranza, rispetto, comprensione, democrazia, la democrazia degli illuminati, non degli egoisti,  uguaglianza sociale e culturale, diritto alla vita, e anche alla morte, fratellanza e rispetto di tutte le idee che rispettano, allora, e solo allora, si potrà parlare di “cosmopolitismo”  . Cara amica noi non assisteremo nella nostra  vita ad un simile evento. Mi augurerei che lo vedessero i nostri nipoti, ma so che è un puro sogno. Ma, a volte, i sogni si avverano Basta volerlo.