Cosa pensano di me

BRUNO NACCI

Il libro di Nunzia Gionfriddo, Chiocciole vagabonde, epopea di una famiglia che occupa più di un secolo di storia tra Africa del nord ed Europa, si muove costeggiando la memoria e il racconto (la distinzione serve a fissare il limite tra invenzione propriamente intesa e puro referto documentario) di ciò che nella memoria rimane come residuo di caratteri e fatti serbati in forma aneddotica nelle testimonianze famigliari. In questo il libro è simile ad altre narrazioni che hanno la memoria come cardine, in particolare quelle al femminile che possiamo prendere come cartina di tornasole di questa scrittura, limitandoci alle forme incipitarie. Forme incipitarie che, molto spesso, se non sempre, custodiscono (come gli assiomi dei matematici) la chiave di lettura dell’intera narrazione. Penso a quattro opere: Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, La Volanda di Romana Pucci, L’estate della menzogna di Beatrice Solinas Donghi e Eredità di Lilli Gruber. Testi molto diversi tra loro, e non solo per la distanza cronologica che li separa, ma che per semplificazione, almeno in ordine all’incipit, possiamo raggruppare in rievocazioni realistiche con ricorso a dettagli di tipo linguistico che non di rado ricorrono all’idioletto (Ginzburg e Pucci), rievocazione narrativa più intensa, espressivamente lirica (Solinas Donghi) e tono storico oggettivo (Gruber). Ora, nel libro della Gionfriddo, a ben vedere, gli incipit sono due, uno più distaccato, in cui la voce narrante è quella impersonale dello scrittore onnisciente (“Dalla shara Nabi Daniel, frequentata da ogni sorta di commercianti, esercenti, negozianti e faccendieri, parallela alla stradina dove viveva il poeta Kavafis, la Rue Lepsius, esce madame Ernestine Secret Conti”), e uno più scopertamente lirico e soggettivo (“Ti narrerò la storia della mia famiglia”), che si salda con l’interlocuzione in seconda persona, capace di reggere e come sdoppiare, ma forse anche attenuare, lo slancio intimistico. Non di rado nel corso del libro, queste due tonalità tendono a fondersi dietro la finzione retorica secondo cui si mantengono differenziate. Prendiamo ad esempio il seguente passo: “Per tutta la mia vita ho cercato di immaginare come era Alessandria nell’ultimo trentennio dell’Ottocento. La vedevo affacciata sul mare Mediterraneo, stesa su di un porto, come una giovane donna araba, dagli occhi di fuoco, scintillanti sopra il velo, invalicabile e misterioso limite per sguardi assetati di bellezza e di impertinente curiosità. La piazza prospiciente il mare brulicava di pescatori, che vendevano il pesce al mercato”. E’ abbastanza evidente che se anche il brano non fosse stato scritto riportando il racconto a una fantasticheria, ma in forma distaccata e oggettiva, niente sarebbe cambiato. E che d’altra parte l’oscillazione nella scrittura della Gionfriddo non sia casuale, lo confermano anche i due finali, speculari agli incipit: “Arrivata alla fine del mio racconto, felice di avercela fatta, soprattutto per le difficoltà di radunare il materiale, soddisfatta, ho chiuso il computer e sono andata a dormire”; “Nel 1878 i Paesi europei si riunirono a Berlino con la Russia e l’Impero Turco, per sistemare la questione dei Balcani, senza scontentare le mire colonialistiche di nessuno dei membri partecipanti”. Se ci si chiede il senso (letterario) di questa anfibologia stilistica, ma anche ambiguità, ci può essere d’aiuto l’altra scelta, quella interlocutoria, che sembra evocare un testimone terzo rispetto alle vicende narrate, che alla fine si rivela come una persona affettivamente importante per il narratore, scomparsa e rievocata solo per potersi rivolgere a lei evocando (dando vita) al passato.

Le due assenze, quella più lontana di origine famigliare, e quella più recente di carattere strettamente individuale, si saldano dunque in questo intreccio emotivo, per cui passato e presente si dispongono sulla pagina attorno a un unico centro, l’assenza, che la scrittura può solo contornare,
indicando.

 

LUCIO FELICI

Riassumere in modo comprensibile la trama di Chiocciole vagabonde è impresa disperata perché essa è fatta di molteplici trame tessute col filo della memoria che si srotola, principalmente, lungo il ramo materno della famiglia di Nunzia Gionfriddo, una famiglia cosmopolita, quella dei Conti, che si è sparsa in tre continenti, Europa, Asia e Africa.
In una delle pagine di “congedo”, l’autrice dichiara: «È un romanzo storico-familiare, nulla a che vedere con quelli ottocenteschi! Ho dato vita ai miei attori, aiutandomi con la memoria dei racconti familiari e con la fantasia: caratteri, manie, umori, personalità, sogni, meschinerie, viltà e nobiltà sono le peculiarità degli uomini e delle donne qui presenti. Ho animato e dato la parola a chi non c’è più, a chi non ho mai conosciuto di persona, ma solo dal racconto dei nipoti e pronipoti. Per dirla tutta, ho allestito un teatro di storie e di “personaggi in cerca d’autore” che raccontassero le loro esistenze».
Ecco dunque, aggiungo io, che l’etichetta di romanzo storico-familiare è riduttiva. Nel libro scopriamo un gusto dell’investigazione che, se si vuole, è anche pirandelliano, come allude il finale della citazione. L’abito scientifico (Nunzia è una studiosa di filosofia della scienza) ha trasformato l’autrice in un’abile e tenace detective alla ricerca di indizi e prove per dare verità ai fatti e ai personaggi raccontati: ha riesumato fotografie ingiallite dal tempo, ha assediato Consolati e Uffici di stato civile, ha rivisitato o visitato per la prima volta i luoghi dove i suoi ascendenti lontani o prossimi (bisnonni, nonni, genitori, zii) sono vissuti, e di questi personaggi ha ricostruito le singole storie dentro gli eventi grandi della storia d’Europa, dall’ultimo trentennio dell’Ottocento fino alla seconda guerra mondiale.
Il racconto inizia nel 1870, anno in cui Ernestine Secret, un’aristocratica giovinetta francese, sposa l’ingegnere meccanico italiano Raffaele Conti: sono i bisnonni di Nunzia voce narrante. Come tanti altri europei di quella generazione, l’intraprendente Raffaele cerca e fa fortuna nelle colonie e nei protettorati d’Africa e d’Asia costruendo linee ferroviarie destinate a congiungere quei continenti all’Europa. La vita dei due coniugi è per i treni e sui treni, perché il lavoro di lui li costringe a spostarsi continuamente dall’una all’altra città, dall’una all’altro Paese; e in quarant’anni di matrimonio Ernestine partorisce ventitré figli, tutti nati vivi, ma molti lasciati in affidamento nelle tappe dell’incessante peregrinazione. Dopo la morte di Raffaele, Ernestine approda con una parte della prole prima al Cairo poi ad Alessandria. Da fanciulla romantica si è trasformata in una sfinge, una donna impietrita da responsabilità, dolori e crudeltà chiusi, sigillati nel corpo e nella mente.
Così, come di una sfinge, ne parleranno i suoi discendenti; ma da un diario segreto, che si finge arrivato per posta misteriosamente – unico stratagemma romanzesco –, esce tutt’altra figura, esce una donna, ricca d’ingegno e sensibilità, che impersona esistenze e destini di tante donne del tempo.
Da Alessandria d’Egitto parte la diaspora della famiglia all’inizio della seconda guerra mondiale, che li condurrà casualmente a Napoli e da lì in altri continenti, chiocciole vagabonde che trascinano la loro casa senza più patria.
Il titolo del libro, bello ed eloquente, è tratto da una poesia dello scrittore serbo Milos Crnjanski, inserita nel romanzo Migrazioni e posta da Nunzia nell’antiporta della sua narrazione. La migrazione è ovviamente anche il tema dominante del libro di Nunzia, una migrazione avventurosa e dolorosa ma ben diversa da quelle tragiche e cruente dei nostri giorni, con le quali ha tuttavia in comune l’interrogativo di Crnjanski: «Chi potrebbe prevedere quali popoli/ migreranno e dove, e tra cent’anni dire, come/ e perché quelle genti giunsero?/ Chi potrebbe contare i semi che,/ alla prossima primavera, germoglieranno/ nel mondo, in Europa, Asia, America ed Africa?». Crnjanski ci parla di una migrazione in senso antropologico, nel cui orizzonte sovrastorico le migrazioni delle chiocciole di Nunzia si insinuano e assumono significato, annodandosi alla storia d’Europa, Asia e Africa, anche alla bruciante attualità delle vicende d’oggi.
Poche parole sulla struttura del libro, che meriterebbe un’analisi che l’occasione non consente.
L’autrice, come ho accennato, è la voce narrante, la quale si rivolge costantemente a un tu, un uomo amato che non c’è più, ha abbandonato Nunzia e il mondo dei vivi, così come don Raffaele aveva abbandonato la bisnonna Ernestine: si disegna, pertanto, con tutte le dovute differenze storiche e piscologiche, un parallelismo tra le due esistenze. Il tu di Nunzia rimane senza volto, è un fantasma, se ne sente soltanto la voce “riportata” che intercala e commenta a tratti i racconti dell’amata. Quest’impostazione per così dire “duale”, che accenna al dialogo, imprime alla narrazione un’opportuna variazione di toni, una vivacità per l’appunto dialogica che scongiura la monotonia.
Ma la cifra più caratterizzante è quella dei “racconti dentro il racconto”, talché mi sembra plausibile il richiamo che Giorgio Stabile – il filosofo maestro di Nunzia – ha fatto, nella presentazione romana, a Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile: richiamo che vale soltanto per la tecnica narrativa, perché Chiocciole vagabonde non ha nulla del fiabesco del grande scrittore napoletano del Seicento. Tutte queste storie, lo si è capito, sono soprattutto storie di donne: dominante, dal principio alla fine, Ernestine, ma non meno caratterizzate la nonna Angèle, la mamma Suzette e altre figure minori come la zia Albina, antesignana delle lotte per i diritti delle donne, e Anna Maria, intellettuale napoletana ribelle a ogni ipocrisia. Gli uomini sono tutti dipinti in nero o in grigio, sono i padroni delle mogli e delle figlie, anche se, in molte circostanze, da esse inconsapevolmente governati. Uno, il nonno Auguste, nella sua negatività, sfiora il grottesco: è un avaraccio che riserva per sé i cibi più ghiotti, lasciando moglie e figli a pane e latte; e si diverte a spaventare la nipotina obbligandola a sedere immobile su un baule e minacciandola con l’evocazione dell’uomo nero. La “scena del baule” si svolge nella casa napoletana; e Napoli, il suo golfo, i suoi dintorni chiudono una serie di altri paesaggi europei ed esotici, di altri scorci di città – Belgrado, Budapest, Parigi, Atene, Beirut, il Cairo, Alessandria – che fanno da sfondo ai frammenti “in fuga” delle varie storie intrecciate.
Altro si dovrebbe dire sul bilinguismo della narrazione, sull’irruzione continua del francese nell’italiano, secondo costumanza dei colonizzatori dell’Ottocento e primo Novecento, quasi un tic linguistico, che si associa ad altri tic snobistici, come quello di chiamare sempre squisiti (calco di exquis) i pasticcini che le donne assaporano golosamente a risarcimento della loro vita soffocata. Il lessico della cucina araba e africana, mescolato a quello della cucina italiana e napoletana, è un altro aspetto curioso del libro, che, insieme al francese, va a raffigurare una sorta di “vagabondaggio” delle lingue come corrispettivo del vagabondare dei personaggi.

 

NOVELLA BELLUCCI

Virginia Woolf scriveva che la scrittura biografica serve a dare a una creatura “una specie di forma dopo la morte”. Il libro di Nunzia Gionfriddo si colloca in questa ambiziosa prospettiva e riesce con grandi suggestioni a restituire vita a figure scomparse che costituiscono le sue radici, diventando archeologa di se stessa. Ne deriva un testo appassionante, ricchissimo di vicende che si dipanano in una mappa geografica ampia, dalla Francia all’Egitto, all’Oriente alla Sicilia a Napoli, lungo quel secolo da cui veniamo, il secolo “breve”, così pieno di eventi tragici, e non solo, che, diversamente ma inevitabilmente, incidono nelle vite dei personaggi convocati a narrare la storia di famiglia ricostruita in “Chiocciole vagabonde”. Fin dall’inizio il libro si presenta con una singolare forza rappresentativa, dominato dalla protagonista (almeno letteraria) la bisnonna. Un libro che inizia così bene non può mai deludere il lettore.

 

GIOVANNA LOCCI

“Chiocciole vagabonde” è un libro che si legge con piacere ed interesse sia per la storia familiare raccontata,ricca di personaggi e situazioni con interessanti implicazioni storiche e geografiche, sia per la prosa elegante e raffinata,mai sdolcinata, attraverso la quale passano messaggi di amore,serenità,forza interiore che coinvolgono,arricchendolo,anche il lettore. A questo si aggiunge,fatto non frequente fra i letterati,l’approccio rigorosamente scientifico che l’autrice ha avuto nella ricerca sistematica di notizie relative a fatti e persone di oltre un secolo fa,nelle puntuali ricostruzioni storiche con particolare riguardo a quel meno noto “imperialismo ferroviario” di cui sono stati artefici anche i suoi avi.tutto questo per dire che leggerei volentieri un secondo libro della gionfriddo.

 

ANNA PERROTTA

“Dalla schara Nabi Daniel,[…] esce madame Ernestine Secret Conti. In pochi passi, appoggiandosi su un elegante bastone di noce, raggiunge lo spiazzo di Ramleh. Si siede pensosa a un tavolino” L’incipit del romanzo ci rapisce immediatamente avvolgendoci nel manto di seta nero di Ernestine e il racconto diventa subito vivo, vero, si trasforma in un film in cui tutti i particolari escono fuori dalle pagine per assumere una dimensione tridimensionale che tocca tutti i nostri sensi; così lungo tutto il percorso insieme all’autrice tocchiamo gli oggetti e le persone, entriamo nelle loro case, sentiamo gli odori, ascoltiamo le voci, guardiamo il loro mare, gustiamo i loro cibi. Un racconto che raccoglie in sé delicatezza e forza, un racconto di memorie familiari ma anche di ampia e puntuale realtà storica, a cavallo tra l’ottocento e il novecento, tra Italia, Egitto e luoghi percorsi dalle prime ferrovie europee. Una narrazione scorrevole e accattivante, un libro da leggere tutto d’un fiato, un libro da vivere.

 

BARBARA RAUSO

“Noi siamo delle chiocciole vagabonde, inquiete chiocciole che trascinano le loro case nel mondo senza tregua, rincorrendo liberamente il nostro sogno ….” più che un libro è pura poesia, dolce e curata in ogni sua parola. è vivo, emozionante, ricco di storia, di passione, di cultura. è una dolce fuga nel passato della nostra storia: quella della nostra famiglia e del nostro paese.

 

ELISA AUGUGLIARO

Le “Chiocciole vagabonde” di Nunzia Gionfriddo evocano una densa miscellanea di emozioni e sentimenti, attraverso un passato che, pur non essendo vissuto in prima persona dall’autrice, sembra appartenerle interamente. Il racconto nel lettore suscita quasi uno stimolo, una grande curiosità di indagare sul proprio passato, anche attraverso la capacità dell’autrice di accompagnare la storia della sua ava di dolce malinconia. Interessanti ed informativi i riferimenti storici e di trasformazione della società del 19° secolo.

2 thoughts on “Cosa pensano di me

  1. 2.Alessandra Robinson

    Ho letto il libro Chiocciole Vagabonde di Nunzia Gionfriddo e lo suggerisco perché e’ un romanzo-storico prezioso e sottile, ricchissimo di immagini cinematografiche, persone, avvenimenti storici, curiosità, luoghi e storie diverse.
    Leggendolo mi sono ritrovata a viaggiare tra diverse città europee, africane e asiatiche nel periodo che va dalla fine del 1800 oltre la metà del 1900, in contesti sociali, storici, economici, politici e culturali molto diversi fra loro ma tutti ben descritti e raccontati. In questo scenario, si incontrano e definiscono le esistenze di donne e uomini che fanno parte di una stessa famiglia e di cui può restare memoria solo se se ci si lascia trasportare nelle loro case, per le città e le strade, lungo i binari, attraverso i profumi, gli oggetti, gli usi e i costumi del tempo, nelle loro scelte, azioni, emozioni, parole, segreti, atteggiamenti mentali e in tutti i loro desideri.
    In ogni pagina del libro ho colto l’impegno e l’abilità dell’autrice nel ricostruire e riportare gli eventi storici e al contempo raccontarci le sue radici mescolando e articolando diversi stili narrativi e comunicativi in modo armonico e fluido; ho percepito il sottile rispetto e la comprensione verso i temi, i fatti e i personaggi affrontati così come essi sono, al di là del giudizio; per ogni persona che ho incontrato ho provato un’emozione diversa e ho compreso il suo punto di vista e la sua importanza esistenziale, che, come esprime l’autrice il tempo inesorabilmente sembra portare via. .. (Per chi è curioso: pag. 130).
    Il romanzo che ho letto è un omaggio sincero e pura gratitudine verso i nostri avi. Ttrovo che l’autrice è riuscita a realizzare una nobile e bellissima intenzione: la scrittura meccanicamente rivivifica la memoria e attraverso il ricordo, nella mente e nel cuore del lettore, le persone rinascono e lasciano in noi un po’ di loro e tutti ci sentiamo meno soli. Grazie a Nunzia Gionfriddo.

    Vilma e Manfredi Maniscalco

    “Nunzia Gionfriddo con maestria, che raramente può effondersi in un’opera prima, riesce a catturare il lettore alternando la sua personale narrazione, mista di fantasia e di eventi storici realmente accaduti nel corso degli ultimi 150 anni, al fluire di emozioni forti e fatti di vita vissuta da parte dei personaggi, anzi delle persone protagoniste di quello che la stessa Autrice definisce un romanzo storico-familiare. Un lavoro certo non facile nè agevole il suo, alla ricerca delle sue radici che tante propaggini hanno emanato in terre vicine ma anche così lontane.
    Doverosi, quindi, i complimenti per lo sforzo titanico che è riuscita a produrre ma anche per la limpidezza dei suoi pensieri espressi con semplicità ed eleganza al tempo stesso.

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